Atto primo

 

Scena prima

Sala ordinarissima, e mal fornita. Giacinto, Strettonio, Berto con fascio di carte, indi Mascherone.

 Q 

Giacinto, Strettonio, Berto

 

GIACINTO

(respingendo Berto)

No. Permetter no 'l poss'io:  

saria questo un vero affronto;

se da voi s'è fatto il conto

infallibile sarà.

STRETTONIO

(respingendo Giacinto)

L'onestà del signor Berto

nota è certo a tutti noi,

ma il vedere i fatti suoi

non offende l'onestà.

BERTO

(facendo forza per mostrare i conti)

Basta, sia come si voglia,

così bramo, e così intendo.

L'un, e l'altro conoscendo

torto alcun non mi si fa.

GIACINTO

Ma signor...

BERTO

Non c'è signore.

STRETTONIO

Ma fratel...

GIACINTO

Non c'è fratello.

GIACINTO

Altri conti ho per la testa

qui fermar non mi vogl'io;

tra la gioia, tra la festa

saltellar sento il cor mio,

gran disegni a compier vado,

vado Emilia a consolar.

BERTO

So qual è la vostra testa,

e fidar non mi vogl'io:

pazza è quella, avara è questa,

e ci va dell'onor mio:

via di qua perciò non vado

senza i conti pria mostrar.

Insieme

STRETTONIO

Io non sono senza testa,

tutto affé veder vogl'io,

tra la gioia, tra la festa

saltellar sento il cor mio:

via di qua però non vado

senza i conti pria guardar.

 
(Berto tien perpetuamente il libro dei presentato a Giacinto, e Strettonio lo stimola a leggere)
 

GIACINTO

Ehi Mascheron.  

MASCHERONE

Signore.

 
(Mascherone esce in fretta)

<- Mascherone

 

GIACINTO

In vece mia

rivedrai questi conti.

BERTO

Eh non credete

ch'io di ciò sia contento: i fatti vostri

a voi di veder tocca.

GIACINTO

Ma se soddisfo io son...

BERTO

Questo non basta.

GIACINTO

E vuol dunque così?

BERTO

Lo voglio certo.

STRETTONIO

Ha ragione, fratello, il signor Berto.

MASCHERONE
(piano a Giacinto)

Quanto è toccato a voi?

 
(Mentre Giacinto vuol rispondere a Mascherone Berto gli parla, e gli mostra il conto in libro.)
 

BERTO

Dunque badate:

dodicimila scudi

è il capital di banco,

eccoli qui notati.

GIACINTO

(a Mascherone senza badar a Berto)

Quattromila zecchini

in danaro contante.

STRETTONIO

Sì sì... dodicimila...

(guardando attentamente, e leggendo egli stesso)

Va bene.

MASCHERONE
(piano a Giacinto)

È in vostra mano?

BERTO
(a Giacinto)

Eh via guardate.

GIACINTO

Vedo vedo, signor, non dubitate.

BERTO

(seguita a leggere)

Tra campi, e case, che si son vendute

duemila scudi sono.

GIACINTO

Prendi, quest'è l'argento, io te lo dono.

 
(dà una borsa d'argento a Mascherone)
 

MASCHERONE

Grazie. (Non mi contento

s'anche l'oro non vien dopo l'argento.)

STRETTONIO

Non mi par molto invero.

(si mette gli occhiali, e strappando i libri di mano a Berto legge egli stesso con premura)

Lasciatemi veder: due mille... parmi

che un tre prima qui stesse.

BERTO
(ironicamente)

(È un avaro costui di nuova classe.)

È stato sempre un due.

GIACINTO
(piano a Mascherone)

Anche queste monete sono tue.

MASCHERONE
(come sopra)

E le gemme ove son?

BERTO
(a Mascherone)

Caro signore,

un poco di creanza.

STRETTONIO

Via lasciateci in pace.

MASCHERONE

Io non parlo illustrissimo.

GIACINTO
(a Berto)

Ma se io vedo tuttissimo.

BERTO

Finiamola una volta;

tra mobili di casa,

tra crediti, livelli,

barche, legni, e cavalli,

sette mila zecchini

si sono ricavati,

ecco le ricevute, e gli attestati.

STRETTONIO
(con affettata dolcezza)

Di grazia, signor Berto

son tutti sottoscritti?

BERTO

Oh questo alfine è troppo:

son stanco, ed annoiato

della vostra insolenza:

e vedo, che con voi non val pazienza.

Di trecento eredità

commissario sono stato,

né mai sbaglio s'è trovato,

(a Strettonio)

né alcun mai mi strapazzò,

(a Giacinto)

noto è al mondo il mio carattere,

e mi par che all'età mia,

rispettar più si dovria,

quel che io dico, e quel ch'io fo.

 

Le carte son quelle,  

i conti son fatti,

io sciocco non sono

se voi siete matti,

andrò a un tribunale

poi ch'altro non vale,

e i conti e le carte

vedere farò.

(riprende le carte, e parte)

Berto ->

 

Scena seconda

I detti.

 

STRETTONIO

Ecco: per vostra colpa  

sdegnato è il signor Berto.

Quel vostro chiacchierare...

GIACINTO

Anzi la colpa è vostra,

che irritato l'avete

mostrando diffidenza.

MASCHERONE

In quanto a me,

poiché il meglio ha lasciato,

altro non cercherei.

STRETTONIO

Ed io voglio veder i fatti miei.

Correrò al tribunale,

presenterommi ai giudici,

porterò meco un abaco,

prenderò un computista,

e ogni cosa farò, che sia rivista.

(Prende il danaro e le gemme.)

 

Finché siam fuor di cimento,  

siamo sempre galantuomini,

ma alla vista dell'argento

caschiam tutti e donne, ed uomini

e chi più credesi onesto,

è il più presto a traballar.

Le sentenza è di Catone,

chi ha de' denti vuol mangiar.

(parte)

Strettonio ->

 

Scena terza

Mascherone, e Giacinto.

 

GIACINTO

Amico, che ne dici?  

È questa un'illusione,

un sogno, una visione?

Vien qui, parlami, scuotimi, bastonami...

Dieci mille zecchini

gemme, anelli, orologi, argenteria.

Da ieri in qua passato

da un estremo bisogno a un ricco stato.

(seguita a giubilare)

MASCHERONE

Gli uomini di buon cuore

son sempre fortunati.

(getta fuori d'una borsa molti zecchini)

GIACINTO

Guarda come son belli!

Paion battuti adesso:

non perdiam tempo in ciarle.

Pensiamo a divertirci,

al grande ancor pensiamo.

MASCHERONE

Ebben, che far dobbiamo?

GIACINTO

Tu ch'hai de' gran disegni,

studia, immagina, inventa,

prescrivi, imponi, e come vuoi comanda.

MASCHERONE

Ma qual è il genio vostro?

GIACINTO

Il grande al gusto unito.

MASCHERONE

Basta questo, signor, ho già capito.

 

GIACINTO

In questo giorno stesso  

vo' far, che ognun dimentichi

quel che ieri son stato;

mi parrà tutto inezia

se non fo sbalordir tutta Venezia.

Barca alla riva io voglio,

carrozze alla campagna,

barbari in scuderia,

venuti dalla Spagna,

vo' cuochi, camerieri,

aiduchi, gondolieri,

paggi, lacchè, staffieri,

che in quattro lingue almeno

mi sappiano parlar.

Magnifici voglio io

di casa i fornimenti,

pitture, e specchio io voglio

dei mastri i più eccellenti,

vo' merli sopraffini

fiamminghi, e parigini,

vestiti alla gran moda

cappello, fibbie, e coda,

con tutto quel di bello

che si può mai trovar.

(parte)

Giacinto ->

 

Scena quarta

Mascherone, poi Lauretta.

 

MASCHERONE

Quanto mai dureranno  

tutte queste ricchezze, io giocherei

che non passan due mesi

che tutto se n'è andato,

maschera ti conosco,

quello che mi consola è ch'ancor io

la mia parte n'avrò, godano tutti,

ch'io non resterò certo a labbri asciutti.

 

<- Lauretta

LAURETTA

È vero Mascherone,  

ch'è diventato ricco il tuo padrone?

MASCHERONE

Sicuro.

LAURETTA

Ed in qual modo?

MASCHERONE

Ha ereditato

da un vecchio, che morì del suo casato.

LAURETTA

Ci ho gusto, poverino.

Ha un cuore tanto fatto.

MASCHERONE
(da sé)

(Ma dove mai trovar in un momento

tutto quel che bisogna?)

LAURETTA

Cosa dici?

MASCHERONE

(parla senza badar a Lauretta)

(In ghetto, od all'incanto

si dovrebbe trovar.)

LAURETTA

Cosa borbotti?

MASCHERONE

Eh niente: (in ogni caso

burlerò un mercadante) in questa casa

quante stanze vi sono?

LAURETTA
(le conta sopra le dita)

Sono quattro - sei - dieci.

Son dieci, un gabinetto, e questa sala.

MASCHERONE

Tutte così da gala?

LAURETTA

Poco più, poco meno.

MASCHERONE

(Ancor meglio,

più guadagno n'avrò.)

LAURETTA

Ma quanto ha ereditato?

MASCHERONE

Venti mille zecchini

tra gioie, e tra danaro.

LAURETTA

Oh quanto son contenta! Ecco il momento

ch'ei mi farà la dote,

come m'avea promesso;

e credo, che potrai sposarmi adesso.

Che dici, sei contento?

MASCHERONE

Contentissimo.

LAURETTA

(accennando sé stessa)

Oh oh lo credo anch'io, questo groppetto

grand'onor ti può far: ascolta un poco

come mi vestirò

il giorno che con te mi sposerò.

 

Avrò un ricco corsettino  

di moderno, e nobil gusto,

con il fondo limoncino,

e guarnito un bel ponsò.

Avrò un vago grembialetto

verde pomo, o rosa languida,

ed un fino fazzoletto

colle frange al collo avrò.

Avrò scarpinetti

sul piede parlanti,

fettucce, merletti,

bei nastri, bei guanti,

e due pennacchini

avrò sopra i crini,

che a tutte le femmine

invidia farò.

(parte)

Lauretta ->

 

Scena quinta

Mascherone solo.

 

 

Costei canta, ed io penso, una parola  

non so di quel che disse, altro che donne

or mi sta nella testa; oh quei zecchini

son pur la bella cosa! Il mio padrone

già vuole scialacquar; non mi par dunque

che se anch'io come gli altri

cerco trarne profitto

esser debba un delitto, anzi a mio credere,

è perfetta morale,

è politica, è legge naturale.

Alfin... basta, io capisco: al suo molino

tirar dée l'acqua ogni mugnaio astuto.

Potrebbe un mio rifiuto

la fortuna irritar; son volpe vecchia,

so bene il fatto mio,

intendami chi può, che m'intend'io.

 

Val più assai di una parrucca  

con gran borsa, e gran tuppè

core in petto, sale in zucca,

pronta mano, e snello piè.

Val più assai di gran dottrina

in balia del pregiudizio,

un pochetto di giudizio,

come quel che sento in me.

Co l'ardire, e coll'ingegno

tutto al mondo si può far.

Teodoro acquista un regno,

Montgolfier giunge a volar.

Ho già fatto il mio progetto,

sale in zucca e core in petto,

e saprò senza alchimia

l'oro in copia ritrovar.

 
 

Scena sesta

Sala decente in casa del Procuratore; Emilia con un foglio in mano, poi Doralice, indi Strettonio.

 Q 

Emilia

 

EMILIA

O caro amato foglio!  

(gli dà alcuni baci)

qual felice novella,

tu portasti al mio cor!

(legge)

«In brevi istanti

a vederti io verrò; sarai mia sposa

come sei l'idol mio; me ne assicura

la fatta eredità.» Caro Giacinto,

(ribacia il foglio)

è vero, e non m'inganna

una falsa speranza. Tuo carattere è questo,

ne conosco la mano:

ogni timor, ogni sospetto è vano.

 

Di giubilo amoroso  

tutta ripiena l'alma,

in braccio all'aurea calma,

godrà di respirar.

E assorta tra i diletti

d'una fortuna amica,

ogni sua pena antica

saprà dimenticar.

 

<- Doralice

EMILIA

Venite al seno mio  

carissima cognata ~ in questo amplesso ~

DORALICE

Ah no mia cara Emilia,

ancora non è tempo

di chiamarmi così.

EMILIA

Come? Chi mai

impedirlo potrebbe?

DORALICE

Giacinto?

EMILIA
(con sorpresa)

Chi? Giacinto?

DORALICE

Ei stesso.

EMILIA
(con affetto, e premura)

Come?

Spiegatevi, parlate,

non mi fate morir.

DORALICE

Ah sì conviene

che sincera io vi parli; ei v'ama, è vero,

ma qual pro, cara Emilia,

se invincibili ostacoli contrastano

alla vostra union?

EMILIA

Oh dio! Che mai!

DORALICE

Il carattere suo, quel suo fatale

uso di scialacquar, gl'iniqui amici

che d'intorno gli stanno, e soprattutto

l'infame Mascherone,

che le sue debolezze

sol per trarne profitto ognor fomenta.

EMILIA

Per pietà non vi senta,

amica, il padre mio.

(si guarda intorno con ansietà)

DORALICE

Ma che? Credete

voi cieco il signor Berto? Ei vede tutto,

egli alle nozze vostre

condiscender non può: ma caso ancora

ch'egli tacesse, io stessa

allora m'opporrei,

infelice vedervi io non potrei.

EMILIA

Ahimè! Voi m'uccidete

volendomi salvar.

DORALICE

Sentite Emilia,

da corregger Giacinto

resta solo una strada, e se non giova... ~

EMILIA

E qual è mai, facciamone la prova.

DORALICE

Giacinto v'ama, ma del vostro amore

è sicuro il suo cuore: indi trascura

di far quel che a voi piace;

rendetelo geloso,

il timore di perdervi

scuotere lo potria:

spesso d'amor più forte è gelosia.

EMILIA

Ma in qual maniera mai

può farsi onestamente?

DORALICE

Sapete che di voi

innamorato è il fratel mio Strettonio,

fingendo un matrimonio...

eccolo; a tempo ei viene,

lasciatevi guidar.

EMILIA

(Finger conviene.)

 

<- Strettonio

STRETTONIO

Permettete, Emilia bella,  

che un amante, che v'adora,

offerisca a voi l'aurora

della sua felicità.

EMILIA

Sono grata, e son sensibile

o signore, al vostro affetto,

ed ascolto con diletto

che felice siete già.

DORALICE

Manco ciarle, o fratel mio,

se d'Emilia amante siete,

o sposarla voi dovete,

o lasciarla in libertà.

STRETTONIO

Pronto io son.

EMILIA
(a Doralice)

(Ma cosa fate.)

STRETTONIO
(ad Emilia)

(Voi che dite?)

DORALICE

Al padre andate.

E s'Emilia a voi concede

essa allor vi sposerà.

STRETTONIO

Vado ~ corro... ~

EMILIA

(a Strettonio)

No attendete,

(a Doralice)

per pietà... ~

DORALICE
(ad Emilia)

Di me fidatevi.

STRETTONIO
(ad Emilia)

Non temete mia sarete.

Giuro a Venere, e a Mercurio

a Saturno ed a Vulcano

che il mio core, la mia mano,

la mia testa, ed il mio piede,

con il resto che si vede

tutto vostro ognor sarà.

EMILIA E DORALICE

Ah s'accordi in mio favore

la fortuna, il cielo, amore,

né mi burli, né m'inganni

or la mia credulità.

Insieme

STRETTONIO

Son d'accordo in mio favore

la fortuna, il cielo, amore,

non mi burlo, non m'inganno.

(Ecco un'altra eredità.)

 
(partono)

Emilia, Doralice, Strettonio ->

 
 

Scena settima

Gabinetto semplicissimo, dove Giacinto si sta pettinando per mano del Parrucchiere; Mascherone, che gli siede vicino spiegandogli diverse cose sopra una carta, che sta leggendo. Un Sarto con abito magnifico nelle mani etc. poi Lauretta.

 Q 

Giacinto, Mascherone, parrucchiere, sarto

 

MASCHERONE

Due cuochi, sei staffieri, e quattro aiduchi,  

due camerier francesi,

quattro cocchieri inglesi,

un moro, due lacchè...

GIACINTO

(gli chiude la carta tra le mani)

Eh che tutto andrà ben. Se piace a te.

 
Lauretta entra tutta ansante.

<- Lauretta

 

LAURETTA

Mascherone, signore,  

fuggite per pietà!

GIACINTO E MASCHERONE

Cos'hai Lauretta?

LAURETTA

Ah un esercito, un turbine di gente

in casa vuol entrar. Che musi brutti,

che vesti, che figure!

(Mascherone e Giacinto ridono)

LAURETTA

Credo che sieno sbirri,

assassini, sicari... voi ridete?

MASCHERONE

Vanne, vanne apri subito.

Non è nulla di ciò.

LAURETTA

Vado, ma dubito.

(parte)

Lauretta ->

 

Scena ottava

Coro di Servi, Mercadanti, Gioiellieri, Artisti giovani di negozio con stoffe, con ceste di mercanzie, con gioie, fibbie, anelli, orologi etc.

<- servi, mercadanti, gioielleri, artisti

 

CORO

Viva sempre la gran moda,  

il buon gusto, e la grandezza,

pazzo è ben, chi non la loda,

o non vede il suo splendor.

Cosa val l'argento, e l'oro

per chi l'uso non ne intende?

Sol la man di chi lo spende

sa il suo pregio, e il suo valor.

Viva sempre la gran moda,

il buon gusto, e la grandezza,

pazzo è ben, chi non la loda,

o non vede il suo splendor.

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GIACINTO

Bravi, bravi, bravissimi!  

(guarda da fanatico or l'una or l'altra cosa)

Che bella compagnia!

Che mercanzie, che gusto!

 
Lauretta entra.

<- Lauretta

 

GIACINTO

Ehi Lauretta va' subito

a chiamare Strettonio e Doralice.

 
(Lauretta parte)

Lauretta ->

 

GIACINTO

Come mai resteranno

quando tutto vedranno?

Quanto val questa gemma?

UNO DEL CORO

Novecento zecchini.

GIACINTO

È già pagata?...

MASCHERONE

Non signor: ma il contratto...

GIACINTO

Non dico nulla, quel ch'è fatto è fatto.

Ecco in dito io la pongo... E quelle fibbie?

Quei bijoux, quegli astucci, ed orologi?

UN ALTRO

Mille zecchini in tutto.

GIACINTO

Il capo insomma,

rompere non mi voglio:

di pagar tutto io lascio a te l'imbroglio.

Prendi, finita questa

da me tosto verrai:

so chi tu sei, e chi son io tu sai.

(gli dà una gran borsa di zecchini)

MASCHERONE

(Lo so lo so benissimo.)

(mostra alcune persone a parte)

Quella gente illustrissimo

destinata è a servirla.

GIACINTO

Va magnificamente.

E tu da questo istante

sarai mio maggiordomo, e mio coppiere.

Mio cacciator maggiore, e gran scudiere.

MASCHERONE

Grazie alla sua bontà.

(Son più contento invero,

che m'abbia fatto già suo tesoriero.)

Andate pure amici;

a mezzogiorno poi

per ordin del padrone

v'attendo tutti quanti:

avrà ciascun col pranzo i suoi contanti.

 
(il coro si ripete, e partono tutti eccetto Giacinto, e Mascherone, e quelli, che son destinati a servire)
 

CORO

Viva sempre la gran moda,  

il buon gusto, e la grandezza,

pazzo è ben, chi non la loda,

o non vede il suo splendor.

Cosa val l'argento, e l'oro

per chi l'uso non ne intende?

Sol la man di chi lo spende

fa il suo pregio, e il suo valor.

 

mercadanti, gioielleri, artisti, parrucchiere, sarto ->

 

Scena nona

I detti, Doralice e Strettonio.

<- Doralice, Strettonio

 

STRETTONIO E DORALICE

Che volete fratello?  

GIACINTO

Giudici, e testimoni

vi chiamai del mio gusto: ecco mirate,

stupite, sbalordite!

(mostra servi, gemme, abiti, gioie etc.)

V'è niente di più grande,

di più stupendo, e bello?

Tutto tutto è in comune,

servi, ornamenti, gioie,

voi questa tabacchiera,

Doralice prendete.

DORALICE

Grazie grazie fratel...

STRETTONIO

(le toglie la tabacchiera di mano)

Non la volete?

Un dono ricusate?

Son qua la prendo io.

GIACINTO

Padron, padrone.

MASCHERONE

(Oh avaro maledetto;

a me fa un ladrocinio.

Vo' mandarlo per questo in esterminio.)

DORALICE

Eh vergognatevi

di questa sordidezza

vilissimo che siete; e voi Giacinto

quando mai finirete

di far queste pazzie? Già mi vergogno

d'esser vostra sorella,

in Venezia di voi ciascun favella.

GIACINTO

Ma in questo modo intanto

mille amici mi vedo ognora accanto.

 

DORALICE

Povero semplice!  

Cosa credete?

È tutto trappola

quel che vedete;

tutto è interesse,

che amor vi par.

Finché è cortese

con noi la sorte

tutto il paese

ci fa la corte;

quai cerimonie,

quai tenerezze,

quante carezze

vengonci a far!

Ma se fortuna

volta la schiena

in un istante

cangia la scena,

ciascun la maschera

lascia cascar.

Povero semplice!

Cosa credete?

È tutto trappola

quel che vedete;

tutto è interesse,

che amor vi par.

 

Doralice ->

 

Scena decima

Strettonio, Giacinto e Mascherone.

 

STRETTONIO

Doralice è una pazza, e son sicuro,  

che parla per invidia.

Seguitate fratello

a viver così, godete voi

e fate ch'ognun goda; in questo modo

di me, di tutto il mondo

l'approvazione avrete,

tanto più se regali a me farete.

 

Strettonio ->

 

Scena undicesima

Mascherone e Giacinto.

 

MASCHERONE

Eh non badate nulla  

signore all'altrui ciarle: il mondo è fatto

per chi sa più goderlo.

GIACINTO

Ma Doralice alfin...

MASCHERONE

Signor padrone,

siete giovine ancora,

né sapete il buon tuon: dell'amor mio

gran prove già vi ho date;

tutto v'insegnerò se vi fidate.

 

Deve ognuno, che ricco si crede  

più del vero alla gente sembrar,

spenda il doppio di quel che possiede,

e dal mondo farassi stimar.

Il moderno, il magnifico, il raro,

segua sempre e lo voglia per sé;

doni, getti, non guardi a danaro,

cerchi solo il superfluo dov'è.

 

GIACINTO

Ma l'oro finito

che fare si dée?

MASCHERONE

Di credito allora

si fa un capital,

che d'ogni tesoro

più stimo, e più val.

Si va da' mercanti...

GIACINTO

Ma poi per pagar?

MASCHERONE

Il nome, e la fama

val più de' contanti,

si chiedono stoffe,

si chiedon brillanti,

non fassi contratto,

si prende sul fatto,

a vender si manda,

si manda a impegnar.

GIACINTO

E il termine scorso,

che dessi poi far?

MASCHERONE

Si fan nuovi stocchi,

si vendon cambiali,

si trovano sciocchi

con gran capitali,

si va dagli avari,

dai primi usurari,

si giura si nega,

si mente, si prega,

e in fine del conto

non manca fallir,

e piena la borsa,

al Cairo fuggir.

 
(partono)

Giacinto, Mascherone, servi ->

 
 

Scena dodicesima

Sala in casa del Procuratore con tre porte, una nel mezzo, e due laterali.
Berto e Strettonio, e poi Emilia.

 Q 

Berto, Strettonio

 

BERTO

Ben ben le parlerò! Voi qui frattanto  

nascondervi potete,

chiamerovvi a suo tempo.

STRETTONIO

Va benissimo...

Mi raccomando a lei.

(entra nella stanza)

 

BERTO

State certissimo,

è avaro sì, ma è ricco, Emilia alfine

dovrebbe esser contenta.

 

<- Emilia

EMILIA

Buongiorno, signor padre.  

BERTO

Oh venite opportuna;

io vi devo parlar.

EMILIA

Che sarà mai?

BERTO

Ditemi cara figlia,

credete voi ch'io v'ami?

EMILIA

Perché mai tal domanda?

BERTO

Rispondete.

EMILIA

Come potrei non crederlo?

BERTO

Oh quanto son curioso

d'udire i lor discorsi!

 

Berto ->

 

(dalla porta dov'è entrato)

Dunque ancor crederete,

ch'io pensi al vostro ben.

EMILIA

Sicura io sono.

(Oh poveretta me!

Vorrà dir di Giacinto.)

 

<- Berto

BERTO

Udite dunque.

Un ricco, un uom, che v'ama

vi domanda in isposa.

EMILIA

Or che ho da dire?

STRETTONIO

Voglio accostarmi, e qualche cosa udire.

EMILIA

(dalla parte di Strettonio)

(Forse il signor Strettonio.)

STRETTONIO

Ora m'ha nominato.

(vedendo Emilia che volge il capo a quella parte si ritira)

BERTO

Appunto.

EMILIA

Come!

A quel sordido mostro, a quell'arpia

volete voi, ch'io dia

per vivere felice

mano, e fede di sposa.

(torna ad avvicinarsi)

STRETTONIO

(Dice, che fia felice

quando sarà mia sposa.)

BERTO

Voi però con prudenza...

EMILIA

Ma Giacinto?...

BERTO

Giacinto

esser non può per voi.

EMILIA

Oddio! Sapete

ch'egli è l'anima mia.

STRETTONIO
(come sopra)

(Dice che fia felice

quando sarà mia sposa.)

(Carina! Ha detto

che io son l'anima sua.)

BERTO

Non vedo in lui

che un folle, un forsennato,

un fanatico, un misero, un vizioso,

né un padre ve 'l può mai dare in isposo.

EMILIA

Eppure ad ogni modo

questo core l'adora.

 

STRETTONIO
(con trasporto)

M'adorate?...

Son qui ~ vi sposerò, non dubitate.

EMILIA

Come? Voi siete qui?

BERTO

Chi vi chiamò?

STRETTONIO

Eh non serve signor, già tutto so.

 

Già tutto intesi o cara,  

già so che m'adorate,

di sospirar cessate,

cessate di penar.

Se il vostro Adone io sono,

la mia Medea voi siete;

guardatemi, e vedrete

quanto vi fate amar.

Vedrete una lanterna,

un forno, un Mongibello,

che il fegato, e il cervello

sente di già sfumar.

 
(Emilia tiene gli occhi altrove con ribrezzo)
 

 

Volgete a me lo sguardo,

stringetemi la mano,

ditemi da lontano,

quel che di me vi par.

 
(Emilia s'allontana Berto tenta di farla avvicinare)
 

 

Lasciatela signore,

è ancora innocentina;

povera colombina,

non osa di guardar.

Oh quanto contenta

sarete quel giorno,

che il vostro Strettonio

veravvi d'intorno;

e senza rossore

potrete a lui dir,

Strettonio mio bello,

mi sento languir.

 

Strettonio ->

 

Scena tredicesima

Emilia, e Berto.

 

EMILIA

Ebben che dite o padre?  

Potete or consigliarmi

a sposarlo, ad amarlo,

a donargli il mio cor?

BERTO

Io più non parlo;

il mio parer già udiste; or tocca a voi

o da saggia figliuola

consolare il mio core,

ovver farmi infelice,

per seguire un amore, che a voi disdice.

(parte)

Berto ->

 

Scena quattordicesima

Emilia sola, poi Giacinto con seguito pomposo di Staffieri, Lacchè, etc.

 

EMILIA

Misera! Che far deggio! A qual cimento  

Doralice mi mise!

Forse senza il consiglio

ch'ella a lui dié, non saria mai venuto

il pensiero a Strettonio

di domandarmi al padre, e non sarei

nel punto più fatal de' giorni miei.

 

Sento da un lato il padre  

che con fedel consiglio

mostrami il mio periglio

e palpitar mi fa.

Veggio dall'altro amore

che mi favella al core,

e il caro ben gli mostra

che perdere dovrà.

E intanto combattuta

dall'amore, e dal dovere,

mi rimango irresoluta,

non so più cosa volere:

or avvampo, ed ora tremo,

ora piango, ed ora fremo,

e non so da ch'io mi chieggia

né soccorso, né pietà.

 
Parte, e nell'uscire incontrasi con Giacinto accompagnato da pomposo Sèguito.

<- Giacinto, seguito

 

GIACINTO

Eccomi, amata Emilia,  

di me degno, e di voi, ecco il momento

più bello, e più contento

che in vita mia provai.

Alla nostra unione

alcun più non s'oppone,

già mia sarete o cara,

e in pegno del mio amore

ecco la mano, e con la mano il core.

EMILIA

(Acconciare or lo voglio.)

Umilissima serva,

signor mio riverito.

GIACINTO
(con stupore)

Umilissima serva! Che linguaggio.

Che contegno è mai questo?

Non ravvisate, Emilia,

Giacinto il vostro amante?

EMILIA

Io no davvero.

Quella pettinatura,

quel brio, quella figura

quegli abiti, quel treno, insomma tutto

m'è incognito, m'è nuovo...

GIACINTO

(vuol prenderla per mano)

Eh via mia cara,

lasciamo star le burle.

EMILIA

Si scosti, o chiamo gente: io son, signore

d'un notaio la figlia

né conosco marchesi,

principi, cavalieri

di rango tal, di tal magnificenza.

Ha voglia di scherzar, serva eccellenza.

(parte)

Emilia ->

 

Scena quindicesima

Giacinto solo.

 

 

(vuol arrestarla)  

Emilia dove andate? Emilia dico.

Disparve in un baleno... poffarbacco

che diavolo è mai stato...

son stolido, son pazzo... veglio... dormo?

O v'è sotto un arcano... ma che mai?

Forse Strettonio... il padre... Doralice...

Eh via che sciocco io sono, uno scherzo è quello,

una finzione, un gioco,

per provar la mia fede, ed il mio foco.

 

Tenero ha il cor la femmina  

tutto d'amor ripien,

ha nelle labbra il zucchero,

e il nettare nel sen.

Qual mansueta tortore

è amica di pietà.

Son l'armi sue le grazie

i vezzi, e la beltà.

E se talor suol fingere

collere, sdegni, e pianti

no 'l fa per genio barbaro

di tormentar gli amanti,

ma per conoscer l'animo

del caro ben lo fa.

 
 

Scena sedicesima

Gabinetto.
Doralice, che sta suggellando una lettera, poi Lauretta.

 Q 

Doralice

 

DORALICE

M'udisti? Senza indugi  

vanne ad Emilia, e dille

quanto già ti commisi.

 

<- Lauretta

LAURETTA

Vado subito,

e a voi con la risposta

pronta ritornerò.

 

Lauretta ->

DORALICE

Va' pur t'attendo.

Anzi averti lei stessa

di non perder momento: fu eccellente

il progetto del finto matrimonio

col fratello Strettonio; or a star forte

Emilia consigliai, anzi a dar nuovo

colore alla finzione,

venendo ella medesma

a visitar lo sposo: e se la sorte

protegge i passi miei, s'ella è costante

liberato è il fratel da quel birbante.

(parte)

Doralice ->

 
 

Scena diciassettesima

Camera trivialissima con armadio, e sedie etc. Strettonio solo.

 Q 

Strettonio

 

 

Il mio matrimonio... doman si dée far.  

All'erta Strettonio... ti puoi rovinar

il lusso... la moda... la gente... il fratello...

Strettonio cervello... non farti burlar.

 

Ma piano, ch'io credo  

in questo deposito

più cose a proposito

poter ritrovar.

Oh questa è la vesta

che già mio bisnonno

quell'uom di gran testa

trent'anni portò.

Che bel milordino!

Peccato peccato,

ch'un po' sia macchiato,

voltar lo dovrò.

Di un panno il più fino

è quel mantellino;

oh buono davvero!

Portar lo potrò.

Or ve' le calzette:

son gialle, non serve,

e poi le scarpette,

da questo cappello

cavar le farò.

Or ecco tutto è fatto,

perbacco io non son matto,

sarebbe una pazzia

guastar l'economia.

Strettonio sta in cervello

non ti lasciar burlar.

 
 

Scena diciottesima

Sala sfornita.
Coro di diversi Lavoratori.

 Q 

lavoratori, Mascherone, Giacinto

 

CORO

Qual piacer lavorando si trova  

per chi a tempo ben spende il danaro,

ma qual pena è sudar per l'avaro,

che altro nume, che l'oro non ha.

Lesti lesti prendiamo i pennelli,

gli scalpelli, le lime, i martelli,

e si rompa, si roda, si batta,

finché l'opra finita sarà.

Qual piacer lavorando si trova

per chi a tempo ben spende il danaro,

ma qual pena è sudar per l'avaro,

che altro nume, che l'oro non ha.

 

MASCHERONE

Bravi bravi mi piace, va bene

qui travagliasi, come conviene,

tutto tutto sia presto finito

è il padrone contento esser dée.

GIACINTO

Sia con regola tutto disposto,

con il grande vi sia l'eleganza,

e dal pregio, e dal bel della stanza

si conosca il padrone qual è.

MASCHERONE
(a Giacinto)

Osservate i stupendi apparecchi,

i ricami, le stoffe, i lavori,

i disegni, il buon gusto, i colori,

tutto quanto ordinato da me.

 
Il Coro si ripete dai Lavoratori e s'incomincia il lavoro.

Qual piacer lavorando si trova

per chi a tempo ben spende il danaro,

ma qual pena è sudar per l'avaro,

che altro nume, che l'oro non ha.

Lesti lesti prendiamo i pennelli,

gli scalpelli, le lime, i martelli,

e si rompa, si roda, si batta,

finché l'opra finita sarà.

Qual piacer lavorando si trova

per chi a tempo ben spende il danaro,

ma qual pena è sudar per l'avaro,

che altro nume, che l'oro non ha.

 
(intanto Giacinto, e Mascherone fanno atti di piacere)
 

<- Strettonio

STRETTONIO

Cos'è questo strepito?

Cos'è questo chiasso?

La casa precipita

va tutto in conquasso,

qui senza mio ordine

che cosa si fa?

 
(si tralascia il lavoro)
 

GIACINTO

Tacete, ascoltate

non fate rumore...

STRETTONIO
(a Giacinto)

Ma voi mi rubate...

MASCHERONE

Eh piano signore...

STRETTONIO

Voi cosa c'entrate?

GIACINTO

Chetatevi un poco,

ragione intendete,

la casa moderna

tra poco vedrete.

STRETTONIO

No vo' divisione,

un pazzo voi siete.

MASCHERONE

Voi stesso, padrone,

goder ne potrete.

STRETTONIO

Guastare non voglio

le mie antichità.

GIACINTO E STRETTONIO

Che scena, ch'imbroglio,

che far si dovrà.

GIACINTO

Finiam la questione,

e cento doppie avrete.

STRETTONIO

Sol cento?

MASCHERONE

Oh che furbone!

GIACINTO

Ben?...

STRETTONIO

Via le prenderò.

GIACINTO

Ecco...

STRETTONIO

(gli dà il danaro)

Son poi di peso?

GIACINTO

Son tutte traboccanti.

STRETTONIO

Veder le voglio avanti.

MASCHERONE

O maledetto avaro!

Quell'oro a me rubò!

MASCHERONE, GIACINTO E STRETTONIO

Lesti dunque prendete i pennelli

i scalpelli, le lime, i martelli,

e rompete, rodete, battete

finché l'opra finita sarà.

CORO

Lesti dunque prendiamo i pennelli

i scalpelli, le lime, i martelli,

e rompiamo, rodiamo, battiamo

finché l'opra finita sarà.

 
(partono)

lavoratori, Mascherone, Giacinto, Strettonio ->

 
 

Scena diciannovesima

Atrio comune con quattro porte.
Doralice, e Lauretta.

 Q 

Doralice, Lauretta

 

LAURETTA

Sono stata mia signora  

di ritorno son già.

DORALICE

Ben qual nuova hai da recarmi?

LAURETTA

Mi rispose che in brev'ora

con il padre qui verrà.

DORALICE

Or io vado, tu qui resta,

LAURETTA

E che deggio intanto far?

DORALICE

Mille cose ho per la testa,

non so cosa destinar.

Son confusa, ed imbrogliata

arrabbiata, disperata

tra un fanatico, un amante,

un avaro, ed un birbante,

ed a tutto in un momento

io non posso rimediar...

Quando Emilia qui se n' viene

mi farai tosto ad avvisar.

(parte)

Doralice ->

 

Scena ventesima

Lauretta, poi Emilia, poi Doralice indi Mascherone.

 

LAURETTA

Che bisbigli, che scompigli  

che puntigli, che ruina!

Da ier sera a stamattina

come tutto si cangiò.

Vada al diavolo l'argento

se non dée, che far scontento,

con la borsa sempre asciutta

volentieri io resterò.

 
(passeggia alquanto per l'atrio, e non veduta da Emilia entra per una porta)

Lauretta ->

<- Emilia

 

EMILIA

Speranze di quest'alma  

ah dove siete mai?

Perché di finta calma

a me mostrate i rai,

se farsi alfin più rigido

doveva il mio destin?

 

<- Doralice, Lauretta

DORALICE

(a Emilia)

Ehi Lauretta... Oh voi qui siete?...

(a Lauretta)

Tu perché non m'avvisasti?

LAURETTA

Stava a udir certi contrasti

tra Giacinto, e tra Strettonio;

ed il vostro matrimonio

n'era appunto la cagion.

DORALICE E EMILIA

Che dicean?

LAURETTA

Sarà mia moglie.

DORALICE E EMILIA

Da Strettonio io dir sentia.

E Giacinto?

LAURETTA

Sarà mia.

DORALICE E EMILIA

E Strettonio?

LAURETTA

Mia sarà.

EMILIA

Sono a un orrido cimento

per la mia credulità.

DORALICE

Non temete.

EMILIA

Io tutta tremo.

LAURETTA

(Nulla intendo.)

DORALICE

Ebben vedremo.

EMILIA

Non so più cosa ho da far.

 
Mascherone esce non veduto, e sta ascoltando.

<- Mascherone

 

DORALICE

Se di me vi fiderete,  

voi Giacinto sposerete,

e punito fia il briccone,

il birbon di Mascherone,

ma convien adesso fingere

queste nozze con Strettonio,

e Giacinto disprezzar.

EMILIA

Ma se do la mia parola

chi m'ha poi da liberar?

DORALICE

A me sol lasciate far.

MASCHERONE

Cosa intendo! O questa è bella!

MASCHERONE, DORALICE E EMILIA

Or lo vado ad avvisar.

LAURETTA

(Cosa intendo!... Mascherone!

Or lo vado a licenziar.)

 
(partono non vedendosi)

Lauretta, Mascherone ->

 

Scena ventunesima

I detti Strettonio, e Giacinto uscendo da una delle porte dal lato dove entrò Lauretta.

<- Strettonio, Giacinto

 

STRETTONIO
(arrabbiatissimo)

Cospetto, cospetto!  

Che strana arroganza

GIACINTO

Per me me la rido

di questa baldanza.

STRETTONIO

Sentite sorella...

oh oh voi qui siete;

diletta sposina,

voi dir lo dovete

quel cor, quella mano

se d'altri esser può.

GIACINTO

(con tenerezza volendo prenderla la mano)

Emilia perdono,

perdono idol mio,

sapete che io sono...

EMILIA

Un perfido, un rio,

un pazzo, un insano

che sempre odierò.

GIACINTO

Che ascolto.

DORALICE
(piano ad Emilia)

Bravissima.

STRETTONIO
(a Giacinto)

Or siete contento?

EMILIA

Morire mi sento...

GIACINTO

Che fo che decido!

STRETTONIO
(a Giacinto)

Per me me la rido.

EMILIA
(a Doralice)

Ei smania...

DORALICE
(piano ad Emilia)

È la strada

da farlo guarir.

GIACINTO

O ciel qual tormento!

Chi creder lo dée?

Insieme

STRETTONIO

O ciel qual contento!

Or credel lo dée.

 

DORALICE E EMILIA

Oh ciel qual tormento!

Ma finger si dée.

STRETTONIO

Dunque la mano, o cara,

subito a me porgete.

DORALICE

Sì sì voi sol l'avrete.

STRETTONIO
(a Giacinto con ironia)

Cosa le par signor?

GIACINTO

Qual tradimento è questo,

chi l'idol mio m'invola?

Emilia sarà mia,

a me dié la parola,

o tutti insieme o barbari,

vedrete il mio furor.

DORALICE E EMILIA

Quetatevi.

STRETTONIO

Perbacco.

Questa è un'impertinenza.

 

<- Mascherone

MASCHERONE

(Eccolo qui avvertirlo

non posso in lor presenza.)

Signor, una parola,

con lor buona licenza.

 
(tira da un lato Giacinto e gli va parlando, come per informarlo. Giacinto fa degli atti di meraviglia)
 

MASCHERONE E STRETTONIO

Mancava quel ribaldo,

quel furbo maledetto,

mi sento in seno un caldo,

di rabbia di sospetto,

mille funesti eventi

mi presagisce il cor.

 

<- Berto

BERTO

Che fate qui figliuola?

EMILIA

Padre venite a tempo,

la vostra voce sola

l'affar deciderà.

Insieme

STRETTONIO

Signor venite a tempo,

la vostra voce sola

l'affar deciderà.

 

MASCHERONE

(Chi sia di noi più scaltro

adesso si vedrà.)

GIACINTO

Miei signori l'affare è deciso,

se Strettonio vi piace sposar,

già mi sono cangiato d'avviso

siete libera, come vi par.

BERTO

Date dunque la mano a Strettonio.

 
(Prende la figlia per unirla a Strettonio.)
 

STRETTONIO

(Vorrei prima la dote saper.)

EMILIA E DORALICE

Come mai lo cangiò quel demonio!

Che risolvo?

MASCHERONE E GIACINTO

Comincio a goder.

 
Si sente da lontano un cupo suono di strumenti.
 

TUTTI

Che strepito è mai questo!

Che suono, che fracasso!

Che crepito molesto,

che chiasso ora si fa?

MASCHERONE

La gente di palazzo,

signori si congratula.

STRETTONIO

Non amo lo schiamazzo,

si posson licenziar.

GIACINTO

Sarebbe uno strapazzo,

si devono pagar.

(getta a Mascherone un pugno di monete)

MASCHERONE

Affé non sono pazzo

non voglio scialacquar.

EMILIA, DORALICE, BERTO

Più prodigo più pazzo

non puolsi ritrovar.

 
Coro di vari convitati che si vedranno internamente.
 

 

Allegri mangiamo,

beviam, ribeviamo!

Che giorno di gioia,

che nuovo piacer.

Al fumo agli odori

de' grati liquori

si canti, si rida,

si sappia goder.

 

TUTTI

Che nuovo tumulto,

che strani rumori!

CORO

Al fumo agli odori

de' grati liquori

si canti, si rida,

si sappia goder.

TUTTI

Che suono è mai quello,

che canto novello?

 

<- Lauretta

LAURETTA E MASCHERONE

Uscite signori,

venite di fuori.

GLI ALTRI

Cos'hai cos'è stato?

LAURETTA

Un mondo di gente

sta fuor della porta,

chi batte tamburi,

chi timpani porta,

chi cembali suona,

chi canta, ch'intona.

GLI ALTRI

Che gente è mai questa?

MASCHERONE
(a Giacinto)

Sapete la festa.

EMILIA, DORALICE E BERTO

Che orrendo fracasso!

MASCHERONE

Che gusto, che spasso!

Signor, la cuccagna

cominciasi già.

LAURETTA

Uscite signori.

TUTTI

Al diavolo vadano.

MASCHERONE E LAURETTA

Venite di fuori.

TUTTI

Il collo si rompano.

GIACINTO E MASCHERONE

Andiam Mascherone

andiamo a goder.

Più bell'accidente

non puote accader.

GLI ALTRI

Più strano accidente

non puote accader.

TUTTI

Già non spiro che rabbia e furore

son confuso non so cosa far.

Mille smanie ho rinchiuse nel core

che capricci, che impicci, che orrore

dal dispetto mi sento crepar.

Insieme

GLI ALTRI

Già non spiran che rabbia e furore

son confusi non san cosa far.

Mille smanie han rinchiuse nel core

che capricci, che impicci, che orrore

dal dispetto si sentan crepar.

 

CORO

Bravi bravi, mangiate ballate.

Dal dispetto si sentan crepar.

 

Fine (Atto primo)

Atto primo Atto secondo Atto terzo

Sala ordinarissima, e mal fornita.

Giacinto, Strettonio, Berto
 
Giacinto, Strettonio, Berto
No. Permetter no 'l poss'io

Ehi Mascheron / Signore

Giacinto, Strettonio, Berto
<- Mascherone

Giacinto, Strettonio, Mascherone
Berto ->

Ecco: per vostra colpa

Giacinto, Mascherone
Strettonio ->

Amico, che ne dici?

Mascherone
Giacinto ->

Quanto mai dureranno

Mascherone
<- Lauretta

È vero Mascherone

Mascherone
Lauretta ->

Costei canta, ed io penso, una parola

Sala decente in casa del Procuratore.

Emilia
 

O caro amato foglio!

Emilia
<- Doralice

Venite al seno mio

Emilia, Doralice
<- Strettonio
Strettonio, Emilia e Doralice
Permettete, Emilia bella
Emilia, Doralice, Strettonio ->

Gabinetto semplicissimo.

Giacinto, Mascherone, parrucchiere, sarto
 

Due cuochi, sei staffieri, e quattro aiduchi

Giacinto, Mascherone, parrucchiere, sarto
<- Lauretta

Mascherone, signore

Giacinto, Mascherone, parrucchiere, sarto
Lauretta ->
Giacinto, Mascherone, parrucchiere, sarto
<- servi, mercadanti, gioielleri, artisti

Bravi, bravi, bravissimi!

Giacinto, Mascherone, parrucchiere, sarto, servi, mercadanti, gioielleri, artisti
<- Lauretta

Giacinto, Mascherone, parrucchiere, sarto, servi, mercadanti, gioielleri, artisti
Lauretta ->

Giacinto, Mascherone, servi
mercadanti, gioielleri, artisti, parrucchiere, sarto ->
Giacinto, Mascherone, servi
<- Doralice, Strettonio

Che volete fratello?

Giacinto, Mascherone, servi, Strettonio
Doralice ->

Doralice è una pazza, e son sicuro

Giacinto, Mascherone, servi
Strettonio ->

Eh non badate nulla

Giacinto, Mascherone, servi ->

Sala in casa del Procuratore con tre porte, una nel mezzo, e due laterali.

Berto, Strettonio
 

Ben ben le parlerò! Voi qui frattanto

(Strettonio nella stanza)

Berto, Strettonio
<- Emilia

Buongiorno, signor padre

Strettonio, Emilia
Berto ->

Strettonio, Emilia
<- Berto

(Strettonio rientra)

Emilia, Berto
Strettonio ->

Ebben che dite o padre?

Emilia
Berto ->

Misera! Che far deggio! A qual cimento

Emilia
<- Giacinto, seguito

Eccomi, amata Emilia

Giacinto, seguito
Emilia ->

Emilia dove andate? Emilia dico

Gabinetto.

Doralice
 

M'udisti? Senza indugi

Doralice
<- Lauretta

Doralice
Lauretta ->

Doralice ->

Camera trivialissima con armadio, e sedie.

Strettonio
 

Il mio matrimonio... doman si dée far

Sala sfornita.

lavoratori, Mascherone, Giacinto
 
Coro, Mascherone, Giacinto, Strettonio
Qual piacer lavorando si trova
lavoratori, Mascherone, Giacinto
<- Strettonio
 
lavoratori, Mascherone, Giacinto, Strettonio ->

Atrio comune con quattro porte.

Doralice, Lauretta
 
Lauretta e Doralice
Sono stata mia signora
Lauretta
Doralice ->
Lauretta ->
<- Emilia
Emilia, Doralice, Lauretta
Speranze di quest'alma
Emilia
<- Doralice, Lauretta
 
Emilia, Doralice, Lauretta
<- Mascherone

(Mascherone nascosto)

Doralice, Emilia, Mascherone, Lauretta
Se di me vi fiderete
Emilia, Doralice
Lauretta, Mascherone ->
Emilia, Doralice
<- Strettonio, Giacinto
Emilia, Doralice, Strettonio, Giacinto
<- Mascherone
 
Emilia, Doralice, Strettonio, Giacinto, Mascherone
<- Berto
 
Emilia, Doralice, Strettonio, Giacinto, Mascherone, Berto
<- Lauretta
 
 
Scena prima Scena seconda Scena terza Scena quarta Scena quinta Scena sesta Scena settima Scena ottava Scena nona Scena decima Scena undicesima Scena dodicesima Scena tredicesima Scena quattordicesima Scena quindicesima Scena sedicesima Scena diciassettesima Scena diciottesima Scena diciannovesima Scena ventesima Scena ventunesima
Sala ordinarissima, e mal fornita. Sala decente in casa del Procuratore. Gabinetto semplicissimo. Sala in casa del Procuratore con tre porte, una nel mezzo, e due laterali. Gabinetto. Camera trivialissima con armadio, e sedie. Sala sfornita. Atrio comune con quattro porte. Sala magnifica. Gabinetto. Veduta della piazzetta e canale con barche. Sala illuminata con serie di camere in prospetto; quattro tavolini da gioco. Sala.
Atto secondo Atto terzo

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