Atto terzo

 

Scena prima

Stanze in un palazzo nel Trastevere.
Porsenna. Tarquinio.

 Q 

Porsenna, Tarquinio

 

PORSENNA

Amor, se tu non puoi  

vincer un'alma algente,

sei dunque un finto nume, un impotente.

O se vuoi, ch'io disprezzato

viva di doglie onusto,

sei dunque un dio crudele, un nume ingiusto.

 

TARQUINIO

Porsenna, a fé m'è grave  

la fuga del tuo ben.

PORSENNA

(Detti pungenti!)

TARQUINIO

Un s'accende la destra,

l'altra fugge per l'onde:

a fé bizzarro gioco

chi ci scherne con l'acque, e chi col foco.

PORSENNA

Tanto dei patrii Lari

può nobil zelo.

TARQUINIO

Questi

sono i favor, Porsenna, onde ti movi,

benefico di Roma,

ad offerir la pace?

Una mano abbruciata? Un piè fugace?

PORSENNA

Mal si chiede ragione

a chi cessa dall'opre,

che non tenuto incominciò.

TARQUINIO

Ti scuso

non adduce ragion chi non ne trova.

PORSENNA

La ragion di chi regna è quel che giova.

 

Scena seconda

Clodio. Floro. Soldati. Tarquinio. Porsenna.

<- Clodio, Floro, soldati

 

PORSENNA

Siete voi, che porgeste  

aita alla fugace?

CLODIO E FLORO

Sì.

PORSENNA

Chi siete?

CLODIO E FLORO

Latini.

CLODIO

Io la turba seguace

dispersi.

FLORO

Ed io li diedi

il corsier, che la trasse

per gl'ondosi cristalli.

PORSENNA

Adunque gara

di reità vi sprona?

CLODIO E FLORO

Anzi di gloria.

PORSENNA

E qual sopra di voi

da simil opra mai raggio discende?

CLODIO

Sé stesso illustra chi 'l dover difende.

PORSENNA

Or basta; se dal Tebro

non fia regetto ciò che chiese, voi

liberi tornerete:

ma fra ceppi frattanto il piè tenete.

TARQUINIO

Intesi: dunque dal Roman dipendi?

PORSENNA

Di bellicosi incendi

sparsi fiamme bastanti.

TARQUINIO

Il corso arresti

alla corrente delle glorie.

PORSENNA

Basta

a senso generoso

lo aver potuto trionfar.

TARQUINIO

Chi cede

sempre ha faccia di vinto.

PORSENNA

E se son vinto,

del nemico furore

non trionfò la forza.

Mi vinse la virtù.

TARQUINIO

Di' pur amore.

 

Tarquinio, Porsenna ->

CLODIO

Con rigido aspetto  

fortuna

importuna

mirarmi ben può,

ma vincermi no.

(parte)

Clodio ->

 

FLORO

Influsso maligno  

di stelle

rubelle

affliggermi può,

ma vincermi no.

(parte)

Floro ->

 

Scena terza

Ismeno. Milo. Soldati.

<- Ismeno, Milo

 

ISMENO

Se dai sensi alfin proviene  

quanto intendo, e quanto io so,

perch'ingrato un picciol bene

dunque al senso negherò?

Se natura, per giovarmi

con i sensi mi creò,

quel piacer vorrò negarmi,

che dal senso nascer può?

 

ISMENO

Non giunge Elisa ancor? Che li dicesti?  

MILO

Ciò che tu m'imponesti.

ISMENO

Che fu?

MILO

Ahimè! Signor non mi raccordo più.

ISMENO

Ah scellerato.

MILO

Piano

se vuoi, ch'io me 'l rammenti:

perché del tuo rigore

la memoria ha timore.

(O li potessi lacerar il core!)

ISMENO

Parla.

MILO
(parla tremando)

Gli dissi, che serbasti illesa

la sua bambina prole,

che ti struggi per lei qual ghiaccio al sole.

ISMENO

Tu tremi? Certo reo

sei di qualche menzogna.

MILO

Non tremo no, son come scoglio immoto.

ISMENO

Che no?

MILO

Se non è forse il terremoto.

ISMENO

Ma vien Elisa.

MILO

Ahimè, che dirò mai

s'egli scopre, ch'a lei nulla parlai.

 

Scena quarta

Elisa. Ismeno. Milo. Soldati.

<- Elisa

 

ELISA

(si inginocchia)  

Ismeno, già ch'intatta

con la strage infelice

d'amatissima figlia, io mi serbai,

donami almeno pietoso

le viscere trafitte.

MILO

(Io son spedito.)

ELISA

Le membra esanimate,

se può mai l'empietade aver pietate.

ISMENO

E gli parlasti eh?

MILO
(presso Ismeno)

Non mi diè fede,

che spesso un infelice il ben non crede.

ISMENO

Elisa, mio tesoro

sorgi, Vitellia vive: ed io t'adoro.

Ciò pur Milo t'espresse.

ELISA

Ei mente.

MILO

(Oh cieli!

misero me.) Signor lascia, che dica.

Non creder a' suoi detti, è mia nemica.

ELISA

E se nunzio venia

de' suoi vezzi lascivi

forse a pentirsi avea d'esser tra' vivi.

ISMENO

Che dici?

MILO

Ella, signore

parla così per far il bell'umore.

ISMENO

Lascia i rigori, o bella,

io non ti chiedo alfine

degl'esperii giardini

le vigilate poma, il ramo d'oro,

ch'a gl'Elisi mi porti, o l'aureo vello,

cui faccia un Minotauro aspra difesa.

ELISA

L'oro della mia fede

è assai più prezioso:

né 'l Minotauro avanza

la custodia miglior di mia costanza.

ISMENO

Che costanza? La forza

ti vincerà.

ELISA

T'inganni.

ISMENO

A fianco imbelle

insulterà braccio robusto.

ELISA

Ferma,

prevenirò gl'insulti

con questo colpo.

(vuol uccidersi)

ISMENO

Lascia.

ELISA

O crude stelle!

Anco 'l morir tolto!

ISMENO

Ed or, ch'inerme

resa è la mano, che farai?

ELISA

Deh cessa

da queste voglie, Ismeno,

se da' nemici acciari

di mille instrutte schiere

Giove illeso ti serbi. Altre bellezze

mancano forse a' tuoi desir? Più tosto

vilmente mi condanna a franger glebe,

a sviscerar le rupi, o dalle vene

de' preziosi monti

per escavar metalli.

ISMENO

Eh tu vaneggi.

ELISA

Deh se umano tu sei

moviti ai pianti miei.

ISMENO

Come v'è fera,

ch'al sangue inferocisce,

tal s'indura il mio core

allo stillar di lacrimoso umore.

Vieni.

ELISA

Lasciami.

ISMENO

Folle

sei ben se 'l pensi.

ELISA

Cieli aita!

MILO

(Oh scellerato.)

ELISA

Empio!

ISMENO

Di' ciò, che sai.

MILO

(Crudo, inumano.)

ELISA

Deh più tosto m'uccidi:

pietà, soccorso, aita.

ISMENO

Invan tu gridi.

 
Ismeno strascina Elisa in una stanza.

Ismeno, Elisa ->

 

MILO

Se in lascivia lo sdegno  

non rivolga, di vita

non restava per me speranza alcuna:

così fu l'altrui mal la mia fortuna.

soldati ->

 

Scena quinta

Porfiria incatenata. Milo.

<- Porfiria

 

PORFIRIA

Chi di ferro mi circonda,  

con rigor,

no 'l faria s'avessi bionda la chioma d'or.

MILO

Porfiria che fai tu con questi ferri?

PORFIRIA

Li strascino adirata

per flagellar il suol, ch'in tante pene

per pietà non m'inghiotte, e mi sostiene.

MILO

A fé chi ti restrinse

la libertà d'ir per le vie vagando

ebbe senso prudente,

perch'hai virtù di spaventar la gente.

PORFIRIA

Ah tristo! A te piuttosto

devonsi le catene: e mi strapazzi,

perch'ora, che son troppi,

non si costuma più legar i pazzi.

MILO

A chi t'incatenò molto ben déi:

poiché, mentre cadente

nel seno della tomba omai trabocchi

quel peso ti trattiene,

e stai tra vivi a forza di catene.

PORFIRIA

Impertinente, iniquo,

indiscreto, malvagio.

MILO

Sembri un mastin latrante: e ben fu saggio

chi ti legò; che sciolta,

qual rabbioso molosso,

forse ad ogn'uom ti lanceresti addosso.

Milo ->

 

PORFIRIA

Visse in vago giardin    

ramo, che verdeggiò,

ma inaridito alfin

nel foco si gettò.

Tal successe a beltà,

ch'agl'anni incanutì:

ogni piacer se n' va

col tempo, che fuggì.

S

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Porfiria ->

 

Scena sesta

Elisa. Poi Orazio.

<- Elisa

 

ELISA

Soglie indegne, empi tetti  

un fulmine v'atterri,

il terren si disserri,

v'inabissi del centro il più profondo,

e dai confini suoi v'escluda il mondo.

Ma giunge Orazio: di mirarlo, oh dio,

indegna son.

 

<- Orazio

ORAZIO

Tu fuggi idolo mio?  

Elisa?

(parte Elisa senza mirarlo, e segue Orazio)

Elisa ->

 

Io grido invano. E chi d'Elisa  

rende sordo l'udito, e l'alma indura

colei, che del mio core

distinti a pena, ed immaturi ancora

intese i sentimenti? Ogni sospetto

di violata fé toglie l'invitta,

la generosa sua costanza: or dunque

come torce dal mare

rapido fiume il corso? E come il grave

retrocede dal centro? Ahi che la sorte

per tormentar quest'alma,

iniqua, mi conduce

a farmi apparir ombra anco la luce.

 

Non ti credo o gelosia:  

per affligger l'alme amanti,

con flagel di pena ria,

tu fai gl'aromi giganti,

e dai forza alla bugia;

non ti credo, o gelosia.

Fuggi pur dall'alma mia:

il mio ben a me ribelle

non dirò giammai, che sia,

se dal ciel le vive stelle

non vedrò partirsi pria:

non ti credo o gelosia.

Orazio ->

 
 

Scena settima

Quartieri di soldati nel Trastevere.
Muzio. Valeria.

 Q 

Muzio, Valeria

 

MUZIO

Io peno.  

VALERIA E MUZIO

Io moro per te.

VALERIA

E m'abbandoni?

MUZIO

Sì.

VALERIA

Perché?

MUZIO

S'incrudelì

meco il destino.

VALERIA E MUZIO

Ahimè.

MUZIO

Io peno.

VALERIA E MUZIO

Io moro per te.

VALERIA

Né v'è speranza?

MUZIO

No.

VALERIA

Crudel.

MUZIO

Come vivrò

senza la vita!

VALERIA E MUZIO

Ahimè.

MUZIO

Io peno.

VALERIA E MUZIO

Io moro per te.

 

VALERIA

Aborrirò Porsenna,  

che di Muzio mi priva.

MUZIO

Oh dio, reprimi

le non ben giuste doglie

altri che Muzio a te Muzio non toglie.

VALERIA

Te dunque aborrirò.

MUZIO

Merta 'l tuo sdegno

chi ti fa scorta al regno?

VALERIA

Scettri non curo.

MUZIO

E se degenerante

dal sesso imbelle, il non pieghevol core

ambizion non punge, almen ti mova

generoso desio

di giovar alla patria, idolo mio.

VALERIA

Le voci lusinghiere

dal labbro effeminato

dunque bandisci: oblia

queste luci neglette, e queste chiome,

scordati di Valeria insin il nome.

MUZIO

(Cieli, e soffro? E non moro!)

VALERIA

(Oh dio così favello, e pur l'adoro.)

MUZIO

Perché sì cruda?

VALERIA

Taci.

MUZIO

Vorrai negarmi l'adorarti?

VALERIA

Deggio

alla patria giovar?

MUZIO

Sì.

VALERIA

Dunque in odio

cangio l'amor ingiusto.

MUZIO

E perché mai?

VALERIA

Crudo ancor non lo sai?

MUZIO

Chi d'amor così tosto il nodo scioglie?

VALERIA

A te sol Valeria toglie.

MUZIO

(Cieli, e soffro? E non moro!)

VALERIA

(Oh dio così favello e pur l'adoro!)

Ecco Porsenna.

MUZIO

(O duro acerbo passo!)

VALERIA

Oh me infelice!

MUZIO

Ahi lasso!

 

Scena ottava

Porsenna. Muzio. Valeria.

<- Porsenna

 

PORSENNA

Muzio? Teco 'l mio core?  

Chi mi rende Valeria?

MUZIO

Il genitore.

PORSENNA

Dunque assente alla pace.

MUZIO

Assente: anzi fugace

la figlia non gradì: come sua spoglia

vuol, che ritorni a te: vide con sdegno

da cortese nemico

involarsi le prede:

che cor latin di cortesia non cede.

PORSENNA

Né l'alma di Porsenna

peccò mai di viltà. Scettro, e diadema

fin nel tetto natio

a recarti verrò: libera intanto

ritorna al genitor mio cor, mio bene.

MUZIO

(Uccidetemi pur mie crude pene!)

PORSENNA

Tu non parli? Valeria i flutti amari

dell'alma tempestosa

forse ondeggiano ancora?

MUZIO

(Ah ch'il martir m'accora!)

VALERIA

Porsenna al fin di gloria

ti fia picciola palma

far pace a un regno, e mover guerra a un'alma.

PORSENNA

Più non ti son nemico.

VALERIA

Eppur m'affliggi.

PORSENNA

Ti lascio in libertade.

VALERIA

Eppur mi leghi.

PORSENNA

Ti dono un regno.

VALERIA

Eppur il ben mi neghi.

MUZIO

Valeria il ciel, la patria, il genitore

ti fan sposa a Porsenna:

tu scaccia omai dal renitente core

i sensi pertinaci.

VALERIA

(Ah crudel!)

MUZIO

(Sorte rea!)

VALERIA

(Perfido taci.)

PORSENNA

E tanto avversa, o bella,

all'amor mio ti rendi?

VALERIA

Della mia crudeltà, col ciel contedi.

MUZIO

Il ciel non sforza: lascia

lascia, ingrata, Valeria,

il rigor imprudente; e un re, che t'ama

giustamente compiaci.

VALERIA

Ah crudel!

MUZIO

(Sorte rea!)

VALERIA

(Perfido taci.)

 

Scena nona

Porfiria. Valeria. Porsenna. Muzio.

<- Porfiria

 

PORFIRIA

Signor già, che Valeria  

fece ritorno a te

da sì dura miseria

fa sprigionar il piè.

PORSENNA

Giungi opportuna. Tosto

sciolta rimanga. Con Valeria andrai.

PORFIRIA

Via scioglietemi omai.

PORSENNA

Vattene, Muzio amico.

PORFIRIA

Fate presto vi dico.

PORSENNA

Rendi Valeria al genitor: esponi

che tra i Latini, amico,

giungerò tosto anch'io.

Spargi o bella d'oblio

ciò che di sdegno contro me t'accese:

fanno i favor dimenticar l'offese.

MUZIO

Vieni Valeria.

VALERIA

Teco

mai non verrò: troppo t'aborro, ingrato,

vanne, e s'il piè trarrai

fin dove il Nilo da bambina fonte

avvezza l'onda a' precipizi vasti,

non mi sarai lontan quanto mi basti.

MUZIO

Lascia crudel, ch'al genitor ti torni,

poi fuggirò nel più remoto lido

della terrena mole,

dove si renda ignoto insino il sole.

VALERIA

Senza di te condurmi

al genitor saprò. Mi saran scorta

questi guerrieri.

MUZIO

A me commessa

è la tua cura.

VALERIA

Ed io

non partirò.

MUZIO

Senza mirarti mai,

senza scioglier un fiato

ti seguirò.

VALERIA

T'inganni.

MUZIO

E tanto adunque

lo sdegno il cor t'ingombra?

VALERIA

Aborrisco di Muzio insino l'ombra.

MUZIO

(Cieli! E soffro? E non moro!)

VALERIA

(O dèi così favello, e pur l'adoro!)

Parto.

MUZIO

Ti seguo.

VALERIA

Ed io mi fermo.

MUZIO

Ah cruda.

Andrai, s'io m'allontano?

VALERIA

Sì, ma se vieni resterò.

MUZIO

Né giova

preghiera umile.

VALERIA

È vana.

MUZIO

(Ceder è forza.) Addio: parti inumana.

 

Muzio, Porsenna ->

VALERIA

Lassa che feci!  

PORFIRIA

Troppo

ti trasporta il furore.

VALERIA

Lo scaccia il labbro, e pur l'adora il core.

 

Già per me giunse all'occaso  

il bel sol della speranza,

né di bene altro m'avanza,

ch'il rigor d'un'ombra oscura.

La vita, che mi resta, è una sventura.

Già per me scortese cielo

non ha più raggio benigno.

E qual rigido macigno

nel mio mal vieppiù s'indura.

La vita, che mi resta, è una sventura.

Valeria ->

 

PORFIRIA

Folle, si strugge in pianti  

perché la sua bellezza ha molto amanti,

ed io, ch'ho pur estinte

l'amorose faville,

non mi spaventerei d'averne mille.

 

Bella felicità  

di giovinetta età

vedersi idolatrar

da mille cori

poter far sospirar

con un sorriso cento amatori.

Ma quando poi sparì

il sol de' più bei dì

delle gioie d'amor

grave è 'l digiuno,

e pessimo dolor

bramarne cento, e non n'aver pur uno.

Porfiria ->

 

Scena decima

Elisa. Vitellia. Milo.

<- Elisa

 

ELISA

Corri lucido nume  

dell'Atlantico mar

vola nell'onda;

sorga cieca notte, e mi nasconda.

In fera, in tronco, in sasso

deh tramutar mi fa

Giove clemente.

O se pietoso sei, tornami al niente.

 

<- Vitellia, Milo

VITELLIA

Genitrice!  

ELISA

Deh parti.

VITELLIA

Perché mi scacci?

ELISA

Mi tormenti.

VITELLIA

E come?

In che t'offesi?

ELISA

Ah se sapessi. (Oh dio!)

MILO

(Affé lo so ben io.)

VITELLIA

Madre non m'ami più?

ELISA

Sì dolce nome

non proferir...

VITELLIA

Deh dimmi in che peccai?

ELISA

Allontanati omai.

VITELLIA

Tanto, tanto mi sdegni?

ELISA

(Siete o miei lumi, di mirarla indegni.)

Milo altrove conduci

Vitellia, e non ritorni

s'io non chiedo. E tu tosto mi reca

di papaveri oscuri

gelidi succhi, e sonnolente polvi.

MILO

Ma che farne risolvi?

ELISA

Ciò che m'aggrada.

MILO

Eh dimmi:

e 'l mio desir compiaci.

ELISA

Parti, ubbidisci, e taci.

MILO

Tutto farò.

VITELLIA

Chi mai

a tanta crudeltà meco t'ha mosso?

ELISA

Ah figlia, figlia! (Ahi che parlar non posso!)

MILO

Io m'accorgo al sembiante,

che qualche spirto gl'è saltato addosso.

Vitellia, Milo ->

 

Scena undicesima

Ismeno. Elisa.

<- Ismeno

 

ISMENO

Ecco l'altera.  

ELISA

Ecco la furia, il mostro.

ISMENO

Elisa sei pur mia.

ELISA

Vincesti Ismeno.

ISMENO

Raddolcisti lo sdegno?

ELISA

Amor acquista amore. (Ah quant'io peno.)

ISMENO

Come in brevi momenti

cesse del duro core

il rigor dispietato?

ELISA

Alfin da tigre ircana

gl'alimenti non ebbi. (Oh scellerato.)

ISMENO

E de' rigori miei

tanto fosti sprezzante?

ELISA

Nulla mossero mai l'alma costante

gl'impeti pertinaci.

M'han vinto i... (Mi deturpo, ancor ch'io finga.)

ISMENO

(Fanno tutte così.) T'han vinto i baci.

ELISA

Basta: cessò lo sdegno.

(Cieli, e sostengo di mirar l'indegno!)

 

ISMENO

Ma quei, che provasti  

son baci rapiti

tra sdegni, e furori,

torniamo agl'amori.

ELISA E ISMENO

Torniamo.

ELISA

(M'offendo

pur anco fingendo.)

ELISA E ISMENO

Torniamo.

ELISA

(Son finti

o stelle gl'errori.)

ELISA E ISMENO

Torniamo agl'amori.

 

ELISA

Fa' di cibi improvvisi  

condir parche vivande,

che dopo lieta mensa

più dolce amor i suoi piacer dispensa.

ISMENO

Tanto adempir farò: verrai?

ELISA

Fra poco.

 
(parte Ismeno)

Ismeno ->

 

 

Scendi ozioso foco  

dalla rotante sfera

in fulmini converso

a incenerir questo tiran perverso.

 

Che mi consigli tu?  

Schernito cor?

All'iniquo traditor

il seno aprir?

Vendicarsi, e poi morir.

Dimmi, che deggio far

alma fedel?

Contro 'l barbaro crudel

inferocir?

Vendicarsi, e poi morir.

Elisa ->

 

Scena dodicesima

Muzio.

<- Muzio

 

Respiri,  

che vita mi date,

fermate,

fermatevi omai.

Posso finir

sol col morir i guai.

 

 

Ma che? Dunque con duolo  

cede un affetto vano

chi lieto per la patria arse una mano!

Ciò, che giova a' Penati

si dà piangendo? Andiamo.

Si preceda Valeria, oppur si segua,

nulla rileva. Scaccia alma avvilita

dall'insane pupille i pianti indegni.

Non si può dir eccesso

salvar la patria, e rovinar sé stesso.

 

Chi vive legato,  

dal nume bendato,

a torto si duole.

Le catene d'amor rompe chi vuole.

A batter severo

il picciolo arciero

ogn'alma non suole,

nelle guerre d'amor vince chi vuole.

Muzio ->

 
 

Scena tredicesima

Logge deliziose, con stanze nel Trastevere.
Orazio. Poi Elisa, e Milo.

 Q 

Orazio

 

ORAZIO

Sei troppo acerbo o fato,  

involator crudel

d'ogni mio bene,

son asprissime le pene,

ond'io vivo tormentato,

sei troppo acerbo o fato.

In un momento solo

ogni gioia sparì

dal mesto core,

è fierissimo il dolore,

che mi rende disperato

sei troppo acerbo, o fato.

 
Milo viene porgendo ad Elisa un vasetto d'argento.

<- Elisa, Milo

 

ELISA

Porgi.  

MILO

Son pronto: dimmi

che pensi farne mai?

(Elisa vede Orazio, e vuol partire)

ELISA

Ahimè partiamo.

ORAZIO

Elisa ove ne vai?

A me t'involi?

ELISA

(Ah sostener non posso

di rimirarlo.)

ORAZIO

Agl'ornamenti usati

come torni?

ELISA

Placati

son d'Ismeno i furori.

ORAZIO

(Ah gelosia m'accori!) Elisa tosto

fuggiam di qui.

ELISA

Non posso.

ORAZIO

E perché?

ELISA

Tu non sai

quanto vi lascio. (Ahimè, che dissi mai!)

ORAZIO

M'insospettisci, Elisa.

Che vi lasci?

ELISA

La figlia. (Io l'aggiustai.)

ORAZIO

Pazienza. Andiam, pria, che tu sia costretta

a lasciarvi di più.

ELISA

(S'io parto, o dèi

chi mi ritornerà, ciò che perdei?)

ORAZIO

Che mormori?

ELISA

Eh lascia

ch'io resti.

ORAZIO

E che di grato

tra i nemici ritrovi?

ELISA

Ciò che più bramo.

ORAZIO

A sdegno affé mi movi:

vieni.

ELISA

Non voglio.

ORAZIO

Come?

ELISA

A mio piacer ancora

contenta non son io.

ORAZIO

Di chi?

ELISA

D'Ismeno.

ORAZIO

Così, sfacciata! L'impudico seno

trafiggerò con questo ferro.

 

Scena quattordicesima

Porsenna. Orazio. Elisa. Milo, che fugge via.

<- Porsenna

Milo ->

 

PORSENNA

Ferma.  

ELISA

(Ahi lassa!)

ORAZIO

(Ahimè!)

PORSENNA

S'arresti

l'empio. Ne' regi tetti

non è dunque sicura

femmina illustre? Chi sei tu?

ELISA

Signore,

non si move quel ferro

contro di me. Caduto

dalla mano d'Orazio, a me consorte,

questo guerriero lo riportò in trofeo,

là di Marte feroce

nell'acerbe contese:

ora del noto acciaro agl'occhi miei

qui facea pompa: ma guerrier scortese,

sebben gli porgo in cambio

questa gemma, ch'io porto, a me lo nega,

né 'l vince o man, che dona, o cor, che prega.

ORAZIO

(Resto muto.)

PORSENNA

Lasciar infruttuosa

così giusta preghiera

non ti sembra viltà?

ORAZIO

(Parlar non oso.)

PORSENNA

Silenzio rigoroso

nasce da scortesia. Porgi quel ferro

a chi, senza fatica

di chimico lavoro,

in un momento te lo cangia in oro.

ORAZIO

(E son costretto a simular! Oh dèi!)

Sire ubbidisco.

(Orazio dà la spada ad Elisa, ed ella a lui un anello con gioia)

ELISA

Prendi,

e s'Orazio in tua mano unqua lo scorge

digli, che col suo brando

lo permutai: che forse

ombra di gelosia

non lo conturbi.

ORAZIO
(piano ad Elisa)

Ah ria,

l'avermi tolto il ferro

poco potrà giovarti:

non mancheranno acciari, onde svenarti.

(partendo)

ELISA

Grazie ti rendo.

 

Orazio ->

PORSENNA

A Roma  

con gl'altri prigionieri

oggi meco verrai,

pria, che del biondo nume in grembo a Teti

scendano stanchi a riposar i rai.

ELISA

(Ivi, Orazio, mio ben, m'ucciderai.)

(partendo)

Elisa ->

 

Scena quindicesima

Tarquinio. Porsenna.

<- Tarquinio

 

TARQUINIO

Veggio, veggio Porsenna,  

che alla virtù sbandita

vilmente amor lascivo usurpa il loco,

e i conquistati allori

del dio bambino incenerisce il foco.

PORSENNA

Di non ben giusta guerra

provocator tu fosti: e se m'opponi,

che m'induca alla pace il dio d'amore,

anco a gloria m'arreco,

ch'alla ragion m'apra le luci un cieco.

TARQUINIO

Debil alma, soggetta

all'amorosa face,

dà nome di ragione a ciò, che piace.

PORSENNA

E chi al solo interesse

la sua ragion restringe,

solo ciò, che desia, giusto si finge.

TARQUINIO

Non mancheran ricorsi

a chi non manca ingegno.

PORSENNA

Sgombra intanto il mio regno.

TARQUINIO

Altri fia, che riporti

i trofei, che tu sprezzi.

PORSENNA

Vanne co' suoi trofei.

TARQUINIO

Resta a' tuoi vezzi.

Tarquinio ->

 

PORSENNA

Che bambino sia Cupido,  

creder può

chi no 'l provò.

Ma se un cor divien amante

lo ritrova un fier gigante.

Che sia cieco il nume alato

creder può

chi no 'l provò.

Ma chi sa com'egli scocchi

potrà dir, ch'egl'ha cent'occhi.

Porsenna ->

 

Scena sedicesima

Ismeno, ed Elisa assisi a una mensa.

<- Ismeno, Elisa

 

ISMENO

Questo di liquid'or  

soavissimo licor

mentre le fauci terge

di letizia il cor asperge.

ELISA

E sì dolce, e sì piccante,

che non san le labbra ingorde

dir se bacia oppur se morde.

(si levano)
 

ISMENO

Quanto Elisa m'affligge,  

che tu deggia partire

ahi, ch'il pensarlo sol mi fa languire!

ELISA

Brevi saranno i guai.

ISMENO

Dimmi, ritornerai?

ELISA

Tosto l'affetto mio

perderai nell'oblio.

ISMENO

T'amerò fin, ch'io mora.

ELISA

Se così mi prometti

qui resterò.

ISMENO

Di vita

quand'io cesso d'amarti il ciel mi privi.

ELISA

Ed io non partirò fin che tu vivi.

ISMENO

Ma le pupille gravi

non so qual sonno a riposar invita

vieni, vieni mia vita.

Mio cor, mia speranza.

ELISA

(Empio, di vita un sogno sol t'avanza?)

(si vedono entrar in una stanza, e serrarla)

Elisa, Ismeno ->

 

Scena diciassettesima

Vitellia. Milo. Poi Elisa.

<- Vitellia, Milo

 

VITELLIA

Chi meco si trastulla  

ora, che son fanciulla,

alquanto più, che tardi

affé non troverà nemmen, ch'io 'l guardi.

Ora, che son bambina

s'alcun mi s'avvicina

non fuggo, e non m'arresto,

ma chi mi vuol baciar lo faccia presto.

 

 

Ove mi guidi?  

MILO

Elisa

la genitrice tua

qui condurti m'impose.

VITELLIA

In questo loco

dunque attenderla deggio?

MILO

Sì.

VITELLIA

Ma dov'è?

MILO

Non so, né vuò saperlo.

 

Chi serve a donna bella,  

e vuol esser gradito

abbia di talpa i rai, d'aspe l'udito.

Sciocco pur si dimostri,

niente osservi, o distingua,

sappia servir, senz'occhi, e senza lingua.

 
(esce furiosa da una stanza Elisa, e pigliando la figlia per mano, si parte)

<- Elisa

ELISA

Vieni figlia: tu segui i passi miei.  

MILO

Che demone ha costei?

Elisa, Vitellia ->

 
 

Scena diciottesima

Sala reale in Roma.
Melvio. Valeria. Muzio.

 Q 

Melvio, Valeria, Muzio

 

MELVIO

Se di Marte sdegnoso  

Roma il furor combatte,

l'impeto de' nemici amor abbatte.

Amor, quel cieco dio,

ch'ancor non trionfò del petto mio.

Batti pur ignudo amore,

ali tenere, e vezzose,

per entrar in questo core.

Ogni dardo scocchi invano,

che ferite non vuol il cor, ch'è sano.

Tenta pur di circondarmi

tra l'insidie d'un bel crine,

ch'io non voglio imprigionarmi,

fuggo i lacci d'un bel volto,

che catene non vuol il cor, ch'è sciolto.

 

VALERIA

Se Cupido pertinace

quella face,

ond'io il seno m'infiammò,

tien accesa, e che farò.

Ad Amor, che mi trattiene

tra catene

io domando libertà,

ma s'ei nega, e che farà.

 

MUZIO

Valeria?  

VALERIA

Che vorresti?

MUZIO

Or, ch'a Roma giungesti

dall'afflitto cor mio

prendi l'ultimo addio.

VALERIA

Di che parli? Chi sei?

MUZIO

Chi son? Tanto rigore

t'assalì, dispietata,

che per far, ch'io del duol nel mar trabocchi

mi scaccia il cor, né mi conoscon gl'occhi!

VALERIA

Certo deliri.

MUZIO

Ah cruda!

Così a Muzio rispondi?

VALERIA

Muzio sei tu? Chi tramutò del crine

i bei volami d'oro

in serpentose trecce? E chi converse

in squallid'ombre i luminosi rai?

(A mio dispetto egl'è più bel che mai.)

MUZIO

Tu, tu Valeria, il core

in furia tramutasti.

VALERIA

(Eppur è forza

ch'io lo disprezzi!)

MUZIO

Oh dio così crudele

con chi t'adora!

VALERIA

Muzio,

quell'imeneo, che mi destina altrui

le tue sembianze belle

in oggetto odioso omai rivoglie

e deforme ogni amante a onesta moglie.

 

Scena diciannovesima

Porsenna. Clodio. Floro. Coro di Schiavi, Soldati, e Genti. Publicola. Melvio. Cavalieri. Soldati. Popolo. Muzio. Valeria.

<- Porsenna, Clodio, Floro, schiavi, soldati, genti, Publicola, cavalieri, popolo, Porfiria

 

PORSENNA

Publicola la forza  

si piega alla virtù. Veggan degli anni

le più tardi memorie,

che vince la virtù sin le vittorie.

PUBLICOLA

Il tuo gran cor Porsenna

sa donar i trionfi,

e quand'in man si vede

il crin della fortuna, allor lo cede.

PORSENNA

Già n'andaro i Tarquini:

già 'l Trastevere torna

a riunirsi al Tebro, e già disciolti

son resi i prigionieri.

PUBLICOLA

Ed io la figlia,

che, con gl'affetti, illustri, e invitti al regno

con esultante cor a te consegno.

PORSENNA

Giungi in pegno di fede

adorata Valeria

alla mia destra gl'animati amori.

MUZIO

(Acerbissime pene.)

VALERIA

(Aspri dolori.)

(Valeria porge la destra a Porsenna piangendo, e Muzio piange in disparte)

PORSENNA

Bella tu piangi? Ancora

forse mi sdegni? Muzio

tu pur di pianto aspergi

le guance impallidite?

Che ti conturba? Di'?

MUZIO

Nulla signore.

PORSENNA

Che lacrime son queste?

VALERIA

Io perdo il core.

PUBLICOLA

Come? Chi perdi?

VALERIA

Muzio.

PORSENNA

Forse l'ami?

VALERIA

L'adoro.

PORSENNA

E tu nel seno alberghi egual desio?

MUZIO

Ella è l'idolo mio.

PORSENNA

E taci? E a me la cedi?

MUZIO

Così devo alla patria.

PORSENNA

Ah non sia vero,

che di sì nobil alme

io disgiunga i legami, e quanto, o Muzio,

è nobile il tuo cor, sia vile il mio.

Ti concedo Valeria. E sappia il mondo,

che può in un regio core

assai più la virtù, ch'il dio d'amore.

 

Scena ultima

Orazio. Porsenna. Clodio. Floro. Publicola. Melvio. Valeria. Popolo. Soldati. Cavalieri. Elisa. Vitellia. Milo. Porfiria.

<- Orazio

 

ORAZIO

Mora Porsenna, mora.  

PUBLICOLA

Ferma.

MUZIO E MELVIO

Che fai?

PORSENNA

Così la data fede

si tradisce?

ORAZIO

Tu manchi

alle promesse: tutti i prigionieri

devi condur: ma dove

dov'è la moglie mia? Di vil lascivo

preda riman?

PORSENNA

Con gl'altri

a venir l'invitai:

ma se forse la move altro desio

in ciò, che far poss'io?

ORAZIO

Di donna illustre

a non lasciar da predator indegno

calpestar la costanza

t'insegnerò con questo ferro.

MELVIO

Orazio

deponi il brando, che ricerca il fatto

più sicura notizie.

ORAZIO

Io, che perdei

per la patria un de' lumi: io, che sostenni

solo contro 'l furor di mille schiere

la libertà latina,

riporterò in trofeo

nota d'infamia!

 
Viene Elisa, e getta a' piedi d'Orazio la testa d'Ismeno, e dice

<- Elisa

 

Orazio  

mira.

MELVIO E PUBLICOLA

Che veggio mai!

ELISA

Ciò, che non cessi all'ire, alle promesse,

all'inumana minacciata strage

della diletta prole, Ismeno iniquo

con la forza rapì: nel sonno immerso

col brando, che ti tolsi,

l'empio teschio recisi:

(dà ad Orazio la sua spada tinta del sangue d'Ismeno, e segue)

or, se non basta

a lavar questa macchia il sangue rio,

spargi col ferro stesso ancor il mio.

MELVIO

O magnanima impresa!

PUBLICOLA

Atto sublime!

MUZIO

Invitto eccelso cor!

ORAZIO

Degna d'applauso

anzi Elisa t'hai resa.

Sapesti in gloria convertir l'offesa.

MELVIO

Or va' co' tuoi furori

del cieco abisso a conturbar gl'orrori.

PORFIRIA

Sul nero lito d'atro sangue involta

lasci 'l nocchier fatal l'alma insepolta.

PORSENNA

Voi, voi che della bella

alla fuga giovaste, a lei chiedete

la libertade.

VALERIA

In libertà vivete.

 

CLODIO E FLORO

Sciogli, sciogli cieco amore  

con i lacci del piè quelle del core.

PORSENNA

Ed in sì lieto giorno

faccia ogni cor al suo gioir ritorno.

MUZIO

Applaudirò in eterno

a tua bontà infinita.

MUZIO

Chi Valeria mi dà, mi dà la vita.

Insieme

VALERIA

Mentre Muzio mi dai, mi dai la vita.

 

ORAZIO

O voi, che penate  

in aspri martir,

al fin di gioir

sperate pur sperate,

che rigor di fortuna alfin si spezza.

E 'l fin d'ogni tormento è l'allegrezza.

 

CORO

E 'l fin d'ogni tormento è l'allegrezza.

 

Fine (Atto terzo)

Atto primo Atto secondo Atto terzo

Stanze in un palazzo nel Trastevere.

Porsenna, Tarquinio
 

Porsenna, a fé m'è grave

Porsenna, Tarquinio
<- Clodio, Floro, soldati

Siete voi, che porgeste

Clodio, Floro, soldati
Tarquinio, Porsenna ->
Floro, soldati
Clodio ->
soldati
Floro ->
soldati
<- Ismeno, Milo

Non giunge Elisa ancor? Che li dicesti?

soldati, Ismeno, Milo
<- Elisa

Ismeno, già ch'intatta

soldati, Milo
Ismeno, Elisa ->

Se in lascivia lo sdegno

Milo
soldati ->
Milo
<- Porfiria

(Porfiria incatenata)

Chi di ferro mi circonda

Porfiria
Milo ->
Porfiria ->
<- Elisa

Soglie indegne, empi tetti

Elisa
<- Orazio

Tu fuggi idolo mio?

Orazio
Elisa ->

Io grido invano. E chi d'Elisa

Orazio ->

Quartieri di soldati nel Trastevere.

Muzio, Valeria
 

Aborrirò Porsenna

Muzio, Valeria
<- Porsenna

Muzio? Teco 'l mio core?

Muzio, Valeria, Porsenna
<- Porfiria

Signor già, che Valeria

Valeria, Porfiria
Muzio, Porsenna ->

Lassa che feci!

Porfiria
Valeria ->

Folle, si strugge in pianti

Porfiria ->
<- Elisa
Elisa
<- Vitellia, Milo

Genitrice! / Deh parti

Elisa
Vitellia, Milo ->
Elisa
<- Ismeno

Ecco l'altera / Ecco la furia, il mostro

Ismeno e Elisa
Ma quei, che provasti

Fa' di cibi improvvisi

Elisa
Ismeno ->

Scendi ozioso foco

Elisa ->
<- Muzio

Ma che? Dunque con duolo

Muzio ->

Logge deliziose, con stanze nel Trastevere.

Orazio
 
Orazio
<- Elisa, Milo

Porgi / Son pronto: dimmi

Orazio, Elisa, Milo
<- Porsenna
Orazio, Elisa, Porsenna
Milo ->

Ferma / Ahi lassa! / Ahimè!

Elisa, Porsenna
Orazio ->

A Roma con gl'altri prigionieri

Porsenna
Elisa ->
Porsenna
<- Tarquinio

Veggio, veggio Porsenna

Porsenna
Tarquinio ->
Porsenna ->
<- Ismeno, Elisa
Ismeno e Elisa
Questo di liquid'or

Quanto Elisa m'affligge

Elisa, Ismeno ->
<- Vitellia, Milo

Ove mi guidi? / Elisa

Vitellia, Milo
<- Elisa

Vieni figlia: tu segui i passi miei

Milo
Elisa, Vitellia ->

Sala reale in Roma.

Melvio, Valeria, Muzio
 
Melvio e Valeria
Se di Marte sdegnoso

Valeria? / Che vorresti?

Melvio, Valeria, Muzio
<- Porsenna, Clodio, Floro, schiavi, soldati, genti, Publicola, cavalieri, popolo, Porfiria

Publicola la forza

Melvio, Valeria, Muzio, Porsenna, Clodio, Floro, schiavi, soldati, genti, Publicola, cavalieri, popolo, Porfiria
<- Orazio

Mora Porsenna, mora

Melvio, Valeria, Muzio, Porsenna, Clodio, Floro, schiavi, soldati, genti, Publicola, cavalieri, popolo, Porfiria, Orazio
<- Elisa

Orazio mira

Clodio e Floro, Porsenna, Muzio e Valeria
Sciogli, sciogli cieco amore
Orazio e Coro
O voi, che penate
 
Scena prima Scena seconda Scena terza Scena quarta Scena quinta Scena sesta Scena settima Scena ottava Scena nona Scena decima Scena undicesima Scena dodicesima Scena tredicesima Scena quattordicesima Scena quindicesima Scena sedicesima Scena diciassettesima Scena diciottesima Scena diciannovesima Scena ultima
Tevere con il ponte Sublicio. Foro romano. Trastevere, piazza d'armi con padiglioni. Tempio di Giano in Roma. Qui sarà aperto un luogo dov'è la statua di Giano con altre otto. Giardino nel Trastevere. Sala con trono regale nel Trastevere. Luogo solitario sul Trastevere. Campidoglio in quella parte dove si trova il tempio della dèa Vesta. Stanze in un palazzo nel Trastevere. Quartieri di soldati nel Trastevere. Logge deliziose, con stanze nel Trastevere. Sala reale in Roma.
Atto primo Atto secondo

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