Atto primo

 

Scena prima

Mercurio, Berecinzia, coro di Napee, e di Silvani.

Bozzetti

 Q 

Mercurio

 

MERCURIO

Odimi, o degli dèi famosa madre  

antica Berecinzia, odi d'Atlante

il celeste nipote;

e al suon di queste note

diva dell'ampia terra

le viscere de' monti oggi disserra.

 
S'apre un [monte] ond'esce la dèa della terra.

<- Berecinzia

 

BERECINZIA

Chi dall'antro profondo  

a rivedere il ciel quinci mi chiama?

Or che da te si brama

o del gran Giove messagger facondo?

MERCURIO

L'alto avviso giocondo

udite ancora voi

amadriadi, driadi, napee;

udite quante sete

campestri ninfe, e dèe;

udite, e nuovi onor liete attendete.

 
Escono da fonti e dalle piante Ninfe, e Silvani.

<- napee, silvani

 

CORO

Dive de' monti,  

dive de' fonti

lasciamo, e selve, e linfe:

tu narra intanto

qual nuovo vanto

liete farà le ninfe.

 

MERCURIO

S'al bel notturno velo  

talor alzando il guardo

di cotanti suoi lumi

avesti invidia, o Berecinzia, al cielo;

s'allor ti parve vile

in paragon dell'immortal sereno

il tuo povero seno;

or più non l'invidiar, che s'ei di stelle

ha tremoli splendori;

tu di vari colori

avrai nel seno immagini novelle,

che saran dette nuove stelle, o fiori.

Questi saran prodotti

dalle felici fiamme

di dolcissimo vento innamorato;

Giove sì dice, e sì prefisse il fato.

BERECINZIA

Fortunata novella:

per sì vago tesoro

già rimerommi esser del ciel più bella,

ben ch'ei s'ingemmi il sen di lampi d'oro.

 

CORO

Cinzia s'irraggi  

il crin di raggi,

io porterovvi fiori:

faran men belle

l'eterne stelle

nostri terreni onori.

 

MERCURIO

Vedete, o ninfe, o dive

vedete, che gentil vezzoso coro

per l'argento dell'onde

viensene a queste sponde:

ivi è 'l vento bramato,

dal cui fiato giocondo

deve nascer al mondo

il bel parto odorato,

l'altra è di Citerea dolce famiglia,

ch'ora dal terzo cielo

ritorna a innamorar gli dèi del mare:

or io mi vo' celare

tra queste amene piante,

e qui gioire al volo

del bel Zeffiro amante:

tu nel tuo vasto regno

chiudeti, o Berecinzia, e lieta attendi

l'alto natal de' fiori:

voi salutate, o ninfe

l'alma dèa delle grazie, e degl'amori.

 

CORO

Bella diva al tuo ritorno  

ride il giorno,

ride in calma il cielo, e 'l mare:

non è fera in erma piaggia

sì selvaggia,

che disdegni oggi d'amare.

Mercurio, Berecinzia, napee, silvani ->

 

Scena seconda

Zeffiro, Venere, coro di Tritoni, e di Nereidi, e Amore.

<- Zeffiro, Venere, tritoni, nereidi, Amore

 

ZEFFIRO

Bella amorosa diva,  

e voi leggiadri amori,

ch'or su frenati mostri

trascorrete di Dori

i salsi ondosi chiostri,

e seminate in mezzo all'acqua ardori;

Venere bella, avventurosi amori,

queste, che qui vedete

son le rive tirrene,

pompa della natura,

seggio di dèe terrene:

qui mia soave cura,

mio dolcissimo foco

vive la ninfa Clori;

e qual per voi Citera

tal è per lei la bell'Etruria altera.

VENERE

O bel Zeffiro mio,

mio soave nocchiero,

che per l'umido impero

reggi il mio corso al ventilar dell'ale;

zeffiretto immortale

ferma l'argentea conca, ov'io m'assido.

Ferma al tirreno lido.

Faretrati fanciulli,

e voi tritoni, e voi

frenatrici del mar cerule dive,

da' nativi cristalli

scendete ad onorar le tosche rive,

e vezzosi intrecciate, or canti, or balli.

 

CORO

Bella diva al tuo ritorno  

ride il giorno,

ride in calma il cielo, e 'l mare:

non è fera in erma piaggia

sì selvaggia,

che disdegni oggi d'amare.

tritoni, nereidi ->

 

ZEFFIRO

Io vi saluto, o belle  

care piagge dell'Arno, e del Tirreno;

io vi saluto ed ora,

ch'a più fulgida luce apresi il giorno,

con la dèa ch'innamora

dall'Esperidi piagge a voi ritorno.

Qui soave m'aggiro,

qui mia dolc'aura spiro;

e quinci un vago riso, un bel crin d'oro

è mia dolce rapina, e mio tesoro.

VENERE

Deh, s'al tuo nuovo foco

risponda grata la beltà ch'adori;

dimmi Zeffiro amato,

dimmi il principio de' tuoi cari ardori,

e posa il volo in questo ameno prato.

ZEFFIRO

Da' lidi d'occidente

rugiadosa destando aura leggera

io ne venia ridente

alato messagger di primavera;

quando leggiadra arciera

stanca di seguitar fera selvaggia

vidi posar sulla tirrena piaggia.

All'arco, alle quadrella

del primo cielo io la stimai la dèa;

ma vidila più bella

e credei, che tu fussi, o Citerea:

l'aria, e la terra ardea,

e mi sembrava dir la tosca riva

ferma, che qui d'amor posa la diva:

entro dolce quiete

le due sfere d'amore ella copriva;

ma nell'oblio di Lete

chiuso ancor il bel guardo i cor feriva:

ancideva, e dormiva:

allora ascoso in quel bel sonno amore

arrestommi lo sguardo, e prese il core.

Là ove 'l mio sol riposa

placidissimo in aria io volo, e spiro:

della chioma amorosa

bacio l'oro con l'ali, erro, e m'aggiro:

spiro insieme, e sospiro.

E vago, e lieve in lento mormorio

le dico in questo crin lascio il cor mio.

Apre intanto il bel guardo,

e doppio sole a' rai del sole aggiunge:

io gelo allora, ed ardo,

or m'appresso al bel volto, or ne vo lunge:

tema, e desio mi punge;

ed ardendo, e seguendo il bel sembiante

stommi tacito ancora, e ignoto amante.

VENERE

Zeffiro, in me t'affida:

io per l'almo diletto,

c'ho del tuo vago, amorosetto fiato,

oggi nel sen di Clori

ti vo' render beato:

così ti do mia fé, così prometto.

AMORE

Ed io, ch'i cor saetto,

invincibil arcier, fatale amore,

giuro altrimenti; e voglio

oggi d'odio, e d'orgoglio

contro Zeffiro armar di Clori il core:

io così giuro, e così voglio amore.

VENERE

Temerario fanciullo

meco queste parole?

S'in grembo io mi ti metto

arrogante aspidetto

tante te ne vo dare,

ch'io t'insegni a parlare.

AMORE

Madre, non è più tempo omai di sferza:

a questa destra mia Giove soggiace;

arde Nettuno in mar questa mia face;

e pentirassi alfin chi meco scherza.

VENERE

Or, perché superbetto

vuoi contrastar al mio

così giusto desio?

AMORE

Così di far mi piace:

dell'amoroso soglio

reggo io lo scettro, e dar altrui no 'l voglio.

VENERE

Senti; o tu fa', che Clori

fortunata Napea de' toschi campi,

oggi d'un egual fiamma

di Zeffiro a sospir soave avvampi;

o tu, da me ti parti,

né mai più ritornare ov'io mi sia,

figlio non più, ma furia ingiusta, e ria.

AMORE

Ecco, ch'or or mi parto:

forse ti pentirai

d'avermi oggi sbandito;

madre mi mordo il dito.

 

Amore ->

ZEFFIRO

Misero, or che poss'io  

sperar se non dolore,

se parte dalla madre irato Amore?

Ma, sia pur quanto vuole

rigidetto, e crudele

il mio gradito sole;

che sempre arder io voglio al suo bel raggio:

diva, prendo il viaggio

dov'io creda veder la vita mia

cruda almen, se non pia.

VENERE

Vanne Zeffiro, e spera:

in fanciullesco petto

troppo non suol disdegno aver ricetto.

Così, così mi sprezza

il mio superbo figlio?

E pur il mondo amante

gode avvisarsi al sol di mia bellezza:

così, così mi sprezza?

Ma forse invendicata oggi non sia

superbissim'amor l'ingiuria mia.

Questi, che di qua veggio

è Cillenio, il messaggio

de' sempiterni dèi:

oh, com'appunto vien dal divin seggio

pronto agl'affari miei.

Zeffiro ->

 

Scena terza

Mercurio, e Venere.

<- Mercurio

 

MERCURIO

Gioia dell'universo,  

del terzo giro innamorata stella;

la superba risposta

so del tuo pargoletto,

e quanto può mia destra, e mia favella

tutto, o mia bella diva, io ti prometto.

Sai, ch'i fati hanno eletto,

che dagl'amor di Zeffiro, e di Clori

debban nascer ne' prati

terrene stelle, ad emulare i fiori

de' zaffiri beati;

or mentre, che contende

il tuo cieco fanciul sì dolce effetto,

perturba i fati, e l'universo offende.

Quindi Giove presago

di tua discordia col superbo figlio

m'impose, ch'io scendessi a questa riva;

e se quegli impediva

il tuo giusto desire;

io ti fussi d'aita, e di consiglio

a farnelo pentire.

VENERE

Mercurio, opra ben sia

del tuo sublime ingegno

far, che segua di Giove il gran decreto,

e 'l temerario arcier punito sia.

MERCURIO

Sappi, che 'l maggior male,

ch'io temer possa del tuo rio fanciullo,

è l'impiombato suo temuto strale;

che s'ei con quello assale,

come la bella Dafne, il cor di Clori,

vani a Zeffiro sian nostri favori.

VENERE

Ohimè, che mi sovviene

là, sull'alto Peneo d'Apollo il pianto;

e che nulla giovogli

la medic'arte, il suo bel lume, e 'l canto.

MERCURIO

Or, s'io son quel, che soglio,

per tua dolce vendetta

destinato ho di torgli

la mal nata saetta:

ho destinato ancora

torgli l'altro quadrello,

che fatto di sinor l'alme innamora;

tu poscia, o dèa, con quello,

trafiggi a Clori il seno

di sì dolce ferita,

che chieggia al caro amante amore, e vita.

VENERE

Se giammai questo segue,

chiedi quanto può darti il regno mio;

chiedi, Mercurio, ancor più caro pegno,

che ben ne sei tu degno.

MERCURIO

Basta, o mia Citerea,

che ti ricordi dell'antica face,

ch'ambi n'accese entro la valle idea:

ma, diva, se ti piace

dammi di questa schiera

chi più soavi ha le parole, e 'l canto;

ch'io col gradito incanto

d'ingannevol voce, e lusinghiera

voglio al sonno invitar l'incauto Amore

per involargli poi l'armi, e 'l valore.

VENERE

Ite voi seco, o mie tre fide ancelle,

belle Idalie sorelle;

ite, eseguite voi l'alta vendetta:

io tra quei vaghi mirti

intenta a vagheggiar l'onda tirrena,

con sì lieta speranza

del core intanto addolcirò la pena.

Venere, Mercurio ->

 

Scena quarta

Pane, Corilla, coro di Tritoni, e di Nereidi.

<- Pane, Corilla, tritoni, nereidi

 

PANE

Corilla mia, s'al volator Cupido  

fura Cillenio l'impiombato strale,

il disperato core in parte affido.

Effetto del villan dardo fatale

è questo orgoglio tuo, ch'alma gentile

non ricompensa amor d'odio mortale.

Cerca dal Gange, a' termini di Tile,

di me non troverai più degno amante,

e tu folle mi scacci, e tieni a vile.

Gradì Cinzia dal cielo il mio sembiante;

e s'altra mi fuggì sul greco monte,

la vidi divenir canna tremante.

Mi specchiai l'altro dì sul vicin fonte,

vidimi il petto, e le robuste braccia,

e gl'onor vagheggiai di questa fronte;

poi dissi; fia mai ver, ch'io le dispiaccia,

s'anco parer può bello a Citerea

questo setoso tergo, e questa faccia?

Ma, te non odio, odio quell'arma rea,

onde desta al tuo cor tanta fierezza

l'empio fanciul dell'amorosa dèa.

 

CORILLA

Corilla, o rozzo Pan, non ti disprezza  

per lo dardo d'Amor di piombo, o d'oro,

ma cagion, ch'io ti fuggo è tua bruttezza.

Non è dal mar degl'indi al lido moro

sembiante alla mia vista il più noioso,

e vuoi, ch'io per te senta al cor martoro?

Guarda, che bell'avrei leggiadro sposo?

Uno, ch'irta ha la chioma, ispido il viso,

le corna al fronte, e tutto il sen peloso.

Deforme sei, quanto fu bel Narciso;

degno sol di seguir capra montana,

e non d'arder al sol d'un bel sorriso.

S'alla valle tegea scese Diana,

non fu per amor tuo, fu per lusinga

della tua bianca, e preziosa lana.

Brama piuttosto canna esser siringa,

che sopportar, chi 'l tuo noioso braccio,

il bianchissimo collo, e 'l sen le cinga.

Amo Lirindo mio, per lui mi sfaccio,

per lui di bel desir l'alma sfavilla;

egli è mio dolce ardor, mio dolce laccio:

segui le capre, e lascia star Corilla.

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PANE

A me sì fatti accenti?  

A me dio de' pastori,

e de' lanosi armenti?

A me sì fatti accenti?

 

CORO

Taci Pane; un bel sembiante  

non offende in sue parole:

dica donna quanto vuole;

quest'è legge d'ogni amante.

 

PANE

Ingiusta legge; io voglio  

con la mano non men, che con la linguaccia

punir sì fatto orgoglio.

CORO

Taci Pane; un bel sembiante

non offende in sue parole:

dica donna quanto vuole;

quest'è legge d'ogn'amante:

or movendo noi le piante

a dolcissime carole,

salutiamo Ciprigna, Amore, e 'l sole.

 
Coro di Tritoni, di Nereidi, ecc. con ballo.
 

CORO

Bella diva, al tuo ritorno  

ride il giorno,

ride in calma il cielo, e 'l mare:

non è fera in erma piaggia,

sì selvaggia,

che disdegni oggi d'amare.

Per la mobile campagna

t'accompagna

Zeffiretto innamorato:

ei dolcissimo respira,

ei sospira,

ed ingemma il bosco, e 'l prato.

Te superbo, e ritrosetto

pargoletto

oggi segue, e vibra strali:

egli avvampa gl'elementi,

arde i venti,

e trafigge i cor mortali.

Ardon oggi arene, ed onde;

d'alme fronde

per amor si veste il faggio:

per amor sua dolce pena

Filomena

va cantando al nuovo maggio.

Or, se togli al serpe il tosco,

se nel bosco

fai men cruda errar pantera;

sarei folle al tuo bel foco

non dar loco,

alma luce di Citerea.

Arder voglio, e mille, e mille

vo' faville,

vo' quadrella accorre in seno:

ma chi m'arde, e m'innamora

arda ancora,

e beato io verrò meno.

 

Fine (Atto primo)

Prologo Atto primo Atto secondo Atto terzo Atto quarto Atto quinto

Campi tirreni.

Mercurio
 

Odimi, o degli dèi famosa madre

Mercurio
<- Berecinzia

Chi dall'antro profondo

Mercurio, Berecinzia
<- napee, silvani

S'al bel notturno velo

Mercurio, Berecinzia, napee, silvani ->
<- Zeffiro, Venere, tritoni, nereidi, Amore

Bella amorosa diva

Zeffiro, Venere, Amore
tritoni, nereidi ->

Io vi saluto, o belle

Zeffiro, Venere
Amore ->

Misero, or che poss'io

Venere
Zeffiro ->
Venere
<- Mercurio

Gioia dell'universo

Venere, Mercurio ->
<- Pane, Corilla, tritoni, nereidi

A me sì fatti accenti?

Ingiusta legge; io voglio

(ballo di tritoni e nereidi)

 
Scena prima Scena seconda Scena terza Scena quarta
Campi tirreni. Campi tirreni. Campi tirreni. Campi tirreni. Inferno. Campi tirreni. Campi tirreni. Scena orrida. Scena orrida. Campi tirreni.
Prologo Atto secondo Atto terzo Atto quarto Atto quinto

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