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Eliogabalo

ELIOGABALO

Dramma per musica.

Versione sintetica a cura di www.librettidopera.it.

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Libretto di Aurelio AURELI.
Musica di Giovanni Antonio BORETTI.

Prima esecuzione: 10 gennaio 1669, Venezia.


Intervenienti:

ELIOGABALO imperatore

soprano

ALESSANDRO cugino d'Eliogabalo

soprano

DOMIZIO console romano

basso

FLAVIA figlia di Domizio

soprano

FLORA dama romana

soprano

TIBERIO cortigiano favorito d'Eliogabalo

soprano

NISBE vecchia nutrice di Flavia

tenore

ANTIOCHIANO prefetto delle guardie pretoriane

soprano

IRENO servo sagace confidente d'Eliogabalo

contralto

ERSILLO paggio di corte

soprano


Coro di Cavalieri romani prigionieri, Soldati pretoriani, Dame romane, Cavalieri, Paggi, Alabardieri, Cortigiani, Littori.

La scena è in Roma.

Signori osservantissimi

Al nome glorioso di vv. ss. illustrissime, che non meno de' Pompei, e de' Traiani coll'erezione di sontuosi teatri, e con la protezione de' virtuosi si fanno conoscer nel mondo per veri mecenati delle muse, dedico questo debil parto della mia penna, la quale non temerà giammai il precipizio degl'Icari, quando sarà assistita dal sole luminoso della loro sublime protezione, sperando di non incontrar le cadute, mentre è stata sollevata al merito di poterle servire. Supplico in tanto vv. ss. illustriss. ad aggradire questo riverente olocausto della mia antica devozione, e continuata osservanza da me professata, posso dir da che io nacqui all'eccellentiss. loro casa, bastandomi per sommo di gloria il poter pregiarmi d'esser per tutta mia vita.

Di vv. ss. illustriss.

Venezia li 10 Genaro 1667

Aurelio Aureli

Lettore

Torno ad infastidirti con la mia debolezza: e quando credevo arrecarti men noia con un altro Eliogabalo parto di sollevato ingegno già estinto, ornato di varie gemme di veneta penna erudita, aggiustato da me in qualche parte all'uso del genio corrente, ed in fine nobilitato dalla musica singolare del signor Francesco Cavalli, m'è convenuto impensatamente per vigoroso commando di chi devo obbedire terminar frettolosamente questo mio Eliogabalo parto legittimo della mia penna in tutto diverso di costumi, e d'azioni dall'altro, qual già due anni principiai a componere con diligente studio di formar un dramma adeguato al tuo genio.

Qualunque egli siasi, ti prego a gradirla col solito della tua benignità già da me sperimentata in tanti altri miei drammi passati. L'ammirabile musica del sign. Gio. Antonio Boretti romano; il virtuoso pennello del sign. Ippolito Mazarino; l'invenzione delle scene del sig. Gasparo Mauro ingegnero; la bizzarra disposizione negli abiti del sign. Orazio Franchi, e l'esquisitezza de' virtuosi, che la rappresentano, serviranno di rare qualità per coprirti in molte parti le mie debolezze. Non m'estenderò d'avvantaggio in protesti circa le voci, fato, destino, e simili essendomi già altre volte espresso di scherzar con la penna, e non equivocar nella fede. Va', vedi: benigno gradisci: e vivi felice.

Argomento

A Macrino imperatore di Roma successe nel trono Eliogabalo in età d'anni 15. Questi di sacerdote del sole, ch'era nella Fenicia non a pena strinse in Roma lo scettro di quella monarchia sì famosa, che principiò con abominevoli operazioni a dar segni evidenti del suo genio lascivo, commettendo tali dissolutezze, con le quali avanzò di gran lunga le scelleraggini de' suoi antecessori. Si fece a guisa di trionfante sovra carro maestoso tirar in Campidoglio dalle femmine più belle di Roma. Spese immensità d'oro ne' suoi conviti. Ordinò, che di notte in Roma si facessero l'operazioni del giorno, ed il dì si riposasse come in tempo di notte, ed finalmente concesse in Roma alle donne il senato, distribuendo le cariche, e gl'onori alle persone più vili, e più viziose della sua corte, Per il che sollevateci le guardie pretoriane tentarono la di lui morte, acclamando per cesare Alessandro cugino d'Eliogabalo principe giovinetto di virtuosi costumi: ma per opra di Semimira madre d'Eliogabalo, ed a' prieghi d'Antiochiano suo prefetto fu acquietata questa prima sollevazione de' pretoriani, essendo però prima da Eliogabalo fatto cesare Alessandro, ed eletto da lui per compagno nell'impero, il che serve di meta al presente dramma per terminarlo con lieto fine, sfuggendo la seconda sollevazione de' pretoriani, nella quale diedero la morte ad Eliogabalo, strascinandolo ignominiosamente per le pubbliche piazze e gettandolo finalmente nel Tevere, dando sepolcro d'acque alla più lasciva fiamma di Roma.

Ita El. Lamp.

Di quello si finge

Ch'Eliogabalo vivesse invaghito di Flora dama accorta di Roma, e di Flavia onesta donzella figliuola di Domizio.

Che Flora acquistata la grazia di cesare abbandonasse gl'amori di Tiberio favorito d'Eliogabalo.

Che Domizio per viver lontano dalle scelleraggini d'Eliogabalo, odiando i suoi viziosi costumi, abbandonata la pratica della corte si fosse ritirato con Flavia ad abitar tra le delizie d'un suo palazzo fuori di Roma.

Che Flavia vivesse innamorata delle virtù, e costumi d'Alessandro.

Che Alessandro fosse di genio contrario agli amori.

Con questi verisimili si forma l'intreccio del dramma, a cui porge il nome Eliogabalo.

Atto primo
Scena prima

Campidoglio.
Eliogabalo assiso con Flora a guisa di trionfante, sopra carro maestoso tirato da Femmine in Campidoglio.
Tiberio, Antiochiano, Cavalieri, Pretoriani, Paggi, Popolo fuori del Campidoglio.

ELIOGABALO

Ho vinto Amore, ho vinto,

cinto di mirti i tuoi trionfi io spiego

cedan de' prischi eroi

l'onorate memorie in Campidoglio

ch'al dio bendato oggi qui innalzo il soglio.

(qui s'alza dal carro con Flora per scendere dal Campidoglio)

Invide, o belle

de' miei trofei

saran le stelle,

anzi gli dèi

s'una Venere ha 'l ciel, qui traggo anch'io

cento veneri avvinte al carro mio.

ANTIOCHIANO

O del Lazio guerriero

deturpati trofei, misero regno!

Di monarca romano, o lusso indegno!

ELIOGABALO

Flora, quegl'occhi neri

degli strali d'amor sono fucine,

anzi carboni accesi,

ch'ad ogni sguardo al cor con linee ardenti

segnano i lieti dì de' miei contenti.

FLORA

Ardono gl'occhi miei, perché idolatri

al tuo cesareo lume, a poco a poco

quai Prometei in amor tolsero il foco.

TIBERIO

(verso Flora)

Lusinghiera sirena!

Con accenti omicidi

gl'uomini incanti, e poi, crudel gl'uccidi:

perfida Flora! Appena

un sol guardo mi gira: empia, infedele!

Delle dolcezze mie,

contemplo il vaso, ed altri gusta il mele.

ELIOGABALO

(giunto appresso Tiberio)

Tiberio, perché mai

sì mesto ti rimiro,

ne' miei dì più giocondi, e più sereni?

TIBERIO

Cesare il mio destin vuole, ch'io peni.

ELIOGABALO

Scoprimi del ruo mal l'alta radice.

TIBERIO

Devo muto languir: parlar non lice.

(parte)

Scena seconda

Alessandro, Eliogabalo, Flora, Antiochiano, e li suddetti.

ALESSANDRO

In qual parte mi guidi incauto piede?

Parti lungi da qui.

ELIOGABALO

Ferma Alessandro.

Dove, dove ne vai?

ALESSANDRO

Fuggo, o cesare i rai

di lasciva beltà, lungi mi porto

da una fronte serena,

ch'i semi di virtù strugge, e avvelena:

il genio d'Alessandro

con generosi spirti

ama gl'allori, ed aborrisce i mirti.

ELIOGABALO

A Venere nimico

del suo figlio lo sdegno

irriti a danni tuoi, né te n'avvedi;

giungeratti il suo stral, quando men credi.

Ogni bella, ch'è vezzosa,

è d'amor facella ardente,

d'un crin d'oro il fil lucente,

forma ai cor rete amorosa.

Bianca fronte, ch'è serena,

splende più del vel di Friso,

d'un bel labbro il dolce riso,

è dei cor strale, e catena.

(parte con Flora)

ALESSANDRO

Dell'arco di Cupido

non paventa il mio core;

nascono gl'Alessandri

all'imprese di Marte, e non d'Amore.

Tenta invan il dio di Gnido,

di svegliarmi in petto ardori;

mai la face di Cupido

potrà far, ch'io m'innamori.

Altri al sol di due pupille,

nutra gl'occhi aquila amante,

cieca talpa alle faville,

io sarò del nume infante.

(parte)

Scena terza

Antiochiano.

Glorie illustri di Roma,

ove siete? In qual parte

i trionfi spiegate?

Palme precipitate,

perché più non fiorite

sulle rive del Tebro? Ah inaridite

dagl'ardori lascivi

del monarca latin languite immerse

entro lussi indecenti al suol disperse.

Amor, che non può?

Dal cieco volante

ferito il tonante

le sfere lasciò.

E sol per vaghezza

d'umana bellezza

sua forma cangiò:

Amor, che non può?

Qual cor non domò?

D'un occhio al riflesso

ad Onfale appresso

Alcide filò,

le forze a Sansone,

Cupido troncò,

Amor, che non può?

Scena quarta

Ireno, Antiochiano.

IRENO

Signor, signor.

ANTIOCHIANO

Ireno?

Che ricerchi?

IRENO

Deh dimmi

dove cesare sia.

ANTIOCHIANO

Di qui poc'anzi

partì unito con Flora.

IRENO

Ove n'andò?

ANTIOCHIANO

Chiedilo ad altri: io questo dir non so.

IRENO

(Andrò di là, ma no:

meglio è di qua: nemmeno: io mi ritrovo

col pensiero confuso.)

ANTIOCHIANO

Ed a qual fine

a cesare t'invii? Qual alto affare

ti costringe a trovarlo?

IRENO

Io non posso narrarlo;

vedi tu questo foglio?

Devo a lui presentarlo: oh se sapessi

si rinchiude qui dentro il bell'imbroglio.

ANTIOCHIANO

T'intendo: in quella carta

forse a cesare porti

parolette d'amor, detti melati,

sensi scaltri, e lascivi, incendi novi.

IRENO

Basta, tant'è: convien, ch'io lo ritrovi.

ANTIOCHIANO

Odimi.

IRENO

Taci: affé, ch'io lo rimiro

ver la reggia inviarsi.

ANTIOCHIANO

Argo sagace?

IRENO

Parto volando: amico resta in pace.

ANTIOCHIANO

Apra ad ogni tuo passo

voragini la terra, e ti profondi

tra gl'orrori di Pluto

scellerato corrier, mezzano astuto.

Il ciel vi fulmini,

v'assorba Dite

iniqui araldi al casto onor rubelli?

Questi appunto son quelli,

ch'Eliogabalo onora: al Lazio in seno

raccolti ha i vizi, e le virtù sbandite.

Sozzi oratori,

peste de' cori,

il ciel vi fulmini,

v'assorba Dite.

Scena quinta

Cortile regio.
Tiberio, Flora.

TIBERIO

Questa, o Flora è la messe

delle speranze mie, de' miei sospiri?

Se alle grandezze aspiri,

se ambisci le corone,

perché farmi prigione

del labirinto d'or del tuo bel crine,

e con dolci rapine

togliermi 'l cor per dover poi lasciarmi

nel centro al duolo, e libertà negarmi?

Dov'è l'ardor, che nel tuo sen già fu?

FLORA

Da' pace al cor: non posso amarti più.

TIBERIO

Barbara, dispietata!

Mostro di te più fiero

non ha la Libia, o l'africana terra;

m'auguri pace al cor, e mi fai guerra?

Ma s'estinto mi vuoi,

ecco il ferro, ecco il sen; svenami tu.

FLORA

Da' pace al cor: non posso amarti più.

Se rigido fato

quel laccio spezzò,

ch'a te mi legò,

e vuol dispietato,

ch'io manchi di fé,

dogliti del destino, e non di me.

TIBERIO

Ha 'l mio lungo servir questa mercé?

FLORA

Dogliti del destino, e non di me.

Se perfido amore

ch'il sen mi ferì,

comanda così,

e vuol ch'il mio core

dia ad altri, ch'a te,

dogliti di Cupido, e non di me.

(parte)

TIBERIO

E questa o cruda è la giurata fé?

FLORA

Dogliti di Cupido, e non di me.

Scena sesta

Tiberio.

È questo il guiderdone,

ch'ottiene un fido amante?

Son questi i vezzi tuoi Flora incostante?

T'aborrirò, ti fuggirò: che dico?

Amor lasso m'impone,

ch'adori i tuoi disprezzi,

ch'io peni amando, e i nodi miei non spezzi.

Servi, e soffri mio core;

che solo col soffrir

le calme del gioir

dispensa Amore:

servi, e soffri mio core.

Ama, e spera penando,

che solo col sperar

la pena dell'amar

si va temprando:

ama, e spera penando.

Scena settima

Eliogabalo.

Più dal Gange uscir l'Aurora

non vegg'io co' suoi splendori;

sulle guance alla mia Flora

sparge rose, e innesta albori

doppia face il cor m'accende,

doppio stral ferir mi vuole,

ma se l'alba in Flora splende,

Flavia porta in fronte il sole.

Scena ottava

Ireno, Eliogabalo.

IRENO

Gran monarca di Roma

a te mi prostro.

ELIOGABALO

Ireno,

paraninfo fedel de' miei conforti,

qual avviso m'apporti?

IRENO

Il cesareo comando

pronto obbedii; né appena

fuor di Roma volai,

che Nisbe ritrovai,

né 'l tuo pensier fu vano,

poich'agl'aurei tuoi doni

tosto la vecchia aprì gl'occhi, e la mano:

vidi Flavia il tuo bene,

o che luci serene!

O che guance di rose!

Che vaghezze amorose!

Ha le carni di neve,

le pupille gioconde,

due mammelle rotonde: in conclusione

per te Flavia, o signore, è un buon boccone.

ELIOGABALO

Nisbe alfin, che ti disse?

IRENO

Questa carta mi diede

acciò a te la recassi,

prendi signor: per te girai gran passi.

ELIOGABALO

Ti sento o cor, ti sento;

presagisci festoso il mio contento.

(spiega il foglio, e lo legge)

«Cesare, questa notte

vieni all'albergo di colei, ch'adori;

t'aprirà Nisbe il sospirato ingresso

tra i più profondi, e taciturni orrori.»

ELIOGABALO

(baciando il foglio)

O note soavi!

IRENO

(O forza dell'oro!)

Insieme

ELIOGABALO

Che ai crucci più gravi,

delle pene d'amor date ristoro.

IRENO

Che senza altre chiavi

delle gioie d'amor aprì 'l tesoro.

ELIOGABALO

O note soavi!

IRENO

(O forza dell'oro!)

ELIOGABALO

Ireno ti dichiaro

gran duce de' littori;

questa prossima notte

di cesare sarai

fido seguace, e mio commilitone:

questo dell'opre tue sia 'l guiderdone.

IRENO

Da tanto onor confuso

a tue piante cesare umil m'inchino:

(m'ha favorito un dì pur 'l destino).

(parte)

ELIOGABALO

Purch'io sani 'l mio duol

spiega o notte il fosco velo

affrettatevi nel cielo

ombre gradite a por in fuga il sol:

e sarete al mio cor ombre bramate,

quanto più dense in ciel, tanto più grate.

Scena nona

Alessandro, Ersillo.

ALESSANDRO

Che amori? Che follie,

di sconosciuta dama

temerario mi spieghi?

Libero ho 'l core, e tenti far, ch'io 'l leghi?

ERSILLO

Signor se tu vedessi

colei, che t'idolatra

diresti, e con ragione

che vince al paragone

la grazia, e la beltà di Cleopatra.

ALESSANDRO

Taci audace: non sai

il genio di Alessandro?

Io Cupido detesto,

le sue leggi calpesto:

erri o folle, se pensi

ch'io segua Amore, un cieco

omicida de' sensi;

un foco, un aspe, un mago,

che di tradir si vanta

chiunque il segue, e la ragione incanta.

ERSILLO

(Che stravagante umore

vario dagl'altri in Alessandro regna?

Bella dama l'adora, ed ei si sdegna.)

ALESSANDRO

Pargoletto

dio bendato

fuor dal petto

m'hai rubato

questo cor non mi farà,

viver voglio in libertà.

Tempra l'armi

quanto sai,

impiagarmi

non potrai,

né un bel crin mi legarà;

viver voglio in libertà.

(parte)

Scena decima

Ersillo.

O che vana sciocchezza?

Fuggir, ciò ch'ognun segue,

sprezzar ciò, ch'altri apprezza?

O che vana sciocchezza?

Alessandro non sa

la magica virtù della bellezza.

Un crine ch'è biondo

qual core non lega?

Catena è del mondo,

e ogn'alma a sé piega:

un crine ch'è biondo

qual core non lega?

Bell'occhio, che mira

qual sen non ferisce?

Un guardo, che gira

incanta e rapisce:

bell'occhio, che mira

qual sen non ferisce?

Scena undicesima

Di notte.
Stanze di Flavia nel suo palazzo situato fuori di Roma.
Flavia, che ricama. Nisbe, che sopravviene.

FLAVIA

Quanto è simile il mio core

allo stame, che ferisco!

Punto anch'egli a tutte l'ore

e dal duolo, ond'io languisco:

quanto è simile il mio core

allo stame, che ferisco!

NISBE

Ancor stanca non sei

di trattar l'ago? E quando

brami, o Flavia posar? Già 'l dio del lume

spenta ha la face, e in dolce oblio profondo

sta addormentato il mondo

e noi sole vegliam fuor delle piume.

FLAVIA

Cerca invano riposo

chi la fiamma d'amor nutre nel petto,

amo, adoro Alessandro,

col pensier l'accarezzo,

col desir al mio seno

lo stringo, e l'incateno:

se parlo, se sospiro (io non so come)

non so invocar, che d'Alessandro il nome.

NISBE

Gli scopristi 'l tuo ardore?

FLAVIA

Scaltro paggio fedele

di quest'alma penante,

li palesò l'amor, ma non l'amante:

e dormendo, e vegliando,

sull'ali del pensier volo al mio bene.

NISBE

Dormi, e tempra le pene.

FLAVIA

Dolce colpo d'un guardo amoroso,

d'improvviso mi giunse al sen,

va Cupido di frodi ripien,

e 'l suo dardo, che l'anima giunge

più, che tarda in ferir, più fiero punge.

Alla forza del nume bambino,

cede l'armi il dio guerrier;

dallo strale del rigido arcier

vien colpito chi più si disgiunge,

più, che tarda in ferir, più fiero punge.

NISBE

(Sovra carro stellato

fugge la notte, e cesare arrivato

qui all'albergo sarà forse a quest'ora;

o me infelice! E Flavia veglia ancora?)

Vuoi ch'io ti spogli?

FLAVIA

No.

NISBE

Veggo pur, che dal sonno

aggravate hai le luci.

FLAVIA

È ver: ma un core amante

non cura gl'origlieri;

io qui godo vegliar ne' miei pensieri.

NISBE

Già che posar non vuoi,

teco anch'io veglierò.

(prende la tiorba, e suona)

FLAVIA

Canta, o Nisbe, e 'l tuo canto

penetrandomi al core,

plachi 'l Cerbero fier del mio dolore.

NISBE

(canta in tiorba)

Amar senza poter

l'amato ben goder,

né averlo appresso,

è una pena d'inferno, inferno stesso.

FLAVIA

Ah troppo è ver! Altro non è Cupido,

ch'una furia d'Averno al cieco abisso

le catene, e gl'ardori

tolse il crudel per tormentare i cori.

NISBE

(segue il canto)

Ma s'un dì si stringe al sen

la bellezza, ch'invaghì

il martir gioia divien,

caro è 'l dardo, che ferì.

E 'l dolor si fa piacer.

Amar senza poter

l'amato ben goder,

né averlo appresso,

è una pena...

(qui s'avvede che Flavia s'è addormentata)

Affé chiuse ha le stanche pupille

in profondo sopor: vado pian piano

a disserrar a cesare la porta;

l'oro al fin ai diletti è fida scorta,

e non mancano a' grandi

mezzi occulti, e sicuri

per aprir porte, e penetrar muri.

(parte aprendo nel prospetto una porta, e va a cercar Eliogabalo per introdurlo in quelle stanze)

FLAVIA

(sognando)

Che miro! Aita o ciel:

parti, fuggi crudel.

Scena dodicesima

Nisbe, Eliogabalo, Flavia che dorme.

NISBE

Vieni cesare, vieni,

cheto, e leggero

movi le piante;

nel mar d'amor fatto nocchiero accorto,

sei giunto appresso il sospirato porto.

Signor ecco addormita

la beltà, ch'idolatri: io parto, e solo

qui ti lascio a sfogar l'aspro tuo duolo.

Scena tredicesima

Eliogabalo, Flavia addormentata.

ELIOGABALO

Beatevi mie luci

in sì divine forme

notte amica t'intendo,

non sorge dì, perché 'l mio sol qui dorme

ma pigro, e che più tardo

a impossessarmi di quel bel, ch'adoro!

Prezioso tesoro

rapirò le tue gioie.

FLAVIA

(sognando)

No!

ELIOGABALO

Sin l'ombre

invide del mio ben tentano opporsi

al mio gioir!

FLAVIA

(in sogno)

Sì: vengo.

(qui si risveglia)

ELIOGABALO

Ahimè! Si desta.

FLAVIA

Che miro? Oh dèi! Non sogno:

cesare qui?

ELIOGABALO

Son io: Flavia, che temi?

Egro d'amor ricerco

a disperato mal rimedi estremi.

FLAVIA

Supplice alle tue piante

signor.

ELIOGABALO

Bella risorgi,

che non lice esser vista

deità supplicante.

FLAVIA

Se qui t'introducesti

per far con fieri assalti

guerra alla mia costanza

fia vana ogni speranza;

ho inespugnabil core

nell'onor pertinace:

non turbar la mia pace,

cesare.

ELIOGABALO

Idolo mio.

FLAVIA

Parti.

ELIOGABALO

Non posso.

FLAVIA

Oh dio!

Chi ti ritien?

ELIOGABALO

Del tuo bel crine i lacci,

onde mi fe' tuo prigionier Cupido.

FLAVIA

Per darti libertade or li recido.

(vuol correre verso il tavolino per prendere una forbice, ma Eliogabalo la trattiene per la mano)

ELIOGABALO

Ferma.

FLAVIA

Lasciami.

ELIOGABALO

Invano

tenti lo scampo.

FLAVIA

E che pretendi?

ELIOGABALO

Bramo

dolce ristoro a miei penosi ardori.

FLAVIA

Violenza tiranna

in petto femminil non desta amori.

ELIOGABALO

Ti movano i miei preghi.

FLAVIA

Son inflessibil rupe.

ELIOGABALO

I fervidi sospiri

ti riscaldino almeno.

FLAVIA

Porto di ghiaccio il seno.

ELIOGABALO

Ah rigida! Che credi?

Perché fatto mi vedi

supplice lusinghiero,

che scordato mi sia d'esser severo?

Già, che mi sdegni amante,

tuo nemico m'avrai:

dell'impero latino

il monarca temuto

così sprezzi, e non curi? Io ciò, che voglio

posso ottener: sanar il tuo cordoglio

tuo malgrado saprò.

FLAVIA

Trarmi dal petto

l'alma potrai, ma non l'onor dal seno.

ELIOGABALO

Che farai?

FLAVIA

Griderò sino alle stelle,

e se fia, ch'io non possa

risvegliar a pietà gl'astri protervi,

desterò almeno il genitore, e i servi.

ELIOGABALO

Le tue voci reprimi.

FLAVIA

Anzi più ardita

ad esclamar m'accingo.

ELIOGABALO

Taci.

FLAVIA

Fermati: oh ciel! Domizio aita;

soccorso.

ELIOGABALO

E chi t'offende?

FLAVIA

Un barbaro inumano.

(qui dà una scossa, e fugge dalle mani di Eliogabalo in altre stanze)

ELIOGABALO

Perfida, fuggi invano;

giungeratti il mio sdegno.

Scena quattordicesima

Domizio con spada alla mano accompagnato da un Servo con face accesa. Eliogabalo.

DOMIZIO

Qual clamore di voci

ne' miei tetti a quest'ora?

(vede Eliogabalo)

Cesare.

ELIOGABALO

Taci indegno:

tanto ardisci, il tuo tetto

è dei ribelli miei fatto ricetto?

DOMIZIO

Che ascolto? Io, che col brando

t'aprii la strada al trono,

io, che tra schiere armate

entro i campi di Marte in tua difesa

mille piaghe sostenni, e quando mai

contro di te di fellonia peccai.

Dove, dove s'è inteso,

ch'il mio ospizio sia reso

albergo a tuoi nemici?

(getta la spada ai piedi d'Eliogabalo)

Eccoti il ferro,

eccoti ignudo il sen; se in me discopri

macchi d'infedeltà, svenami il core,

sacrifica Domizio al tuo furore.

ELIOGABALO

Politico riguardo

le mie piante spronò sulle tue soglie:

so, che Flavia raccoglie

nel sen di molli piume

folle amator, ch'a danni miei congiura:

olà.

Scena quindicesima

Ireno seguìto da Littori, Eliogabalo, Domizio.

IRENO

Signor.

ELIOGABALO

Tua cura

fia di condur in corte

Flavia col genitor ambo prigioni;

scopriranno i felloni

il rubello al mio trono

tra rei tormenti: (ah il tormentato io sono!)

(nel partire)

IRENO

Obbedirò: che intesi?

Scena sedicesima

Ireno, Domizio.

IRENO

Signor, qual fato avverso

da te stesso diverso

renderti puote? Qual desio rubello

mandò l'abisso ad infettarti il core?

DOMIZIO

Taci Ireno: non farmi 'l duol peggiore.

IRENO

In te più non riluce

dell'antica tua fé l'altra virtù?

DOMIZIO

Deh taci: oh dio! Non tormentarmi più.

IRENO

Negli anni tuoi canuti,

verso cesare, dimmi, e che t'indusse

a cangiar sensi, e ribellar gl'affetti.

DOMIZIO

Tra l'ombre dei sospetti

splender presto vedrà cesare irato

il lucido candor della mia fede;

volontario esibisco

la destra ai lacci, e a duri ceppi il piede.

IRENO

Al partire t'accingi,

già so ben io, che per svelar le trame,

deve cesare ormai

per Flavia preparar un lungo esame.

DOMIZIO

Vindice Astrea

contro la rea

vibri la spada:

vittima cada

al regio sdegno,

s'affetto indegno

nel cor destò.

Se l'empia errò

Nemesi irata

di ferro armata

a precipizi rei gl'apra la strada.

Vindice Astrea

contro la rea

vibri la spada.

(parte nelle sue stanze)

IRENO

Littori sia da voi

occupato ogni posto,

che non fuggano i rei,

questi in Roma dovranno

esser del mio valor pompe, e trofei.

Scena diciassettesima

Nisbe, Ireno.

NISBE

Ireno.

IRENO

Amica Nisbe.

NISBE

È qui cesare?

IRENO

No:

venne per coglier frutti,

ma misero è partito a labbri asciutti.

NISBE

Flavia ancora è citella:

l'uso d'ogni donzella

sai tu qual è? Ritrosa in prima niega,

finge di non voler, ma poi si piega.

IRENO

Odi gran novità:

in Roma prigionieri

devo condur Flavia, e Domizio.

NISBE

Intendo,

stratagemma d'amor questo sarà:

Eliogabalo vuole

a forza di ritorte

il cibo, che desia tirarsi in corte.

IRENO

L'indovinasti affé: ma più non posso

teco qui trattenermi: addio, me n' volo

a trovar Flavia; i' voglio a cesare obbedire

pria, che spunti nel ciel la nova luce;

littori olà: seguite il vostro duce.

Scena diciottesima

Nisbe.

Andrò anch'io nella reggia,

ma se a Flavia fia noto

ch'a cesare invaghito

io l'addito abbi aperto, e che dirà?

Eh mi compatirà:

non ho cor per soffrire

a veder in amor alcun languire.

Seppi l'alme anch'io legar

col mio crin, che d'oro fu,

né mi piacque far penar

mai per me la gioventù.

Il nutrire in petto amor,

mi par cosa natural;

quanto a me quest'è 'l mio umor,

voler ben non mi par mal.

Scena diciannovesima

Domizio, Flavia, Ireno, ch'arriva nel fine.

DOMIZIO

Ah sacrilega! Indegna!

Così dell'onestà squarciando il velo

la patria offendi, il genitore, e 'l cielo?

FLAVIA

Padre dimmi, in che errai?

DOMIZIO

Già m'è 'l tutto palese.

FLAVIA

Ed io nulla ti nego.

DOMIZIO

Dunque sei rea convinta.

FLAVIA

Assalita, e non vinta

dal lascivo restai.

DOMIZIO

Come, se l'accogliesti?

FLAVIA

Anzi mostro sì rio da me scacciai.

DOMIZIO

Scoprimi chi t'offese.

FLAVIA

Lo vedesti: ma che!

Vendicarti pretendi?

DOMIZIO

Sarò furia crudel.

FLAVIA

Contro il tuo re?

DOMIZIO

Come! Cesare è il reo?

FLAVIA

Cesare appunto

fu quel, che l'onor mio

superar qui tentò.

DOMIZIO

Cieli, che sento!

FLAVIA

Non ti turbar: costante

pugnai vincendo i fieri suoi contrasti,

figlia son di Domizio, e tanto basti.

DOMIZIO

Anima generosa! Il cor respira:

figlia quella costanza,

ch'alimenti nel core, in te riserba;

d'empia fortuna acerba

i colpi non temer, benché spietati,

t'assisteran benigni i dèi Penati.

(si ritira)

FLAVIA

Cieca dèa la tua possanza

non m'affligge, e non m'atterra,

con usbergo di costanza

armo il sen per farti guerra.

Non mi turba, o mi confonde

il furor delle tue mosse;

come scoglio in mezzo all'onde

salda son a tue percosse.

(esce con Domizio prigioniero)

IRENO

Ferma Flavia: ove parti? In corte andiamo.

(qui parte Ireno, Domizio e Flavia prigionieri verso la corte di Roma)

Scena ventesima

Piazza di Roma illuminata in tempo di notte.
Ersillo, Antiochiano.

ERSILLO

Che strana frenesia

entrò a cesare in capo?

È notte oscura, e vuol che giorno sia:

che strana frenesia?

ANTIOCHIANO

Del pubblicato editto

mira già in Roma l'obbedienza, mira;

cesare a sé delira:

vuol ch'ardenti facelle

in faccia delle stelle

portin tra l'ombre a mezzanotte il dì,

dove mai più simil pazzia s'udì.

ERSILLO

Io non la so capire,

quand'altri si dispoglia,

noi si dovrem vestire?

E quando il sol riluce

dovrem fuggir la luce,

e in tempo di vegliar tutti dormire?

Io non la so capire.

ANTIOCHIANO

L'ordine di natura

vuol confondere chi è nato

a regger regni, e regolar imperi.

ERSILLO

E il popolo, e 'l senato

soffre queste follie, né si risente?

ANTIOCHIANO

Vien temuto da ognuno il più potente.

ERSILLO

Vada Roma sossopra,

porti cesare al Lazio un danno immenso

pur ch'illesi noi siam, nulla vi penso.

ANTIOCHIANO

Di queste meraviglie

spettatrice anco Flora in piazza arriva.

ERSILLO

O quanti ganimedi

la corteggiano a gara! Osserva: vedi?

ANTIOCHIANO

Vuò l'incontro fuggir della lasciva.

Scena ventunesima

Flora, Tiberio, Ersillo, coro di Cavalieri, che corteggiano Flora.

FLORA

Semini nell'arena,

e preghi 'l sordo mar,

placa omai la tua pena,

io non ti posso amar.

TIBERIO

Che core di gel!

Che gran crudeltà!

A un'alma fedel

tu neghi pietà?

Che core di gel!

Che gran crudeltà!

FLORA

Di già sazia son io di tue follie.

TIBERIO

Così ingrata, così

le pene del mio amor chiami pazzie?

FLORA

Ersillo.

ERSILLO

Mia signora.

FLORA

Cesare ov'è?

ERSILLO

Non so: forse per Roma

vagar deve ammirando

la bizzarria del novo suo comando.

TIBERIO

Credi Flora, che invano

abbia 'l Giove romano

voluto unir, e giorno, e notte insieme?

Nel sen di nova Alcmena

scritto da scaltre guide

chissà, ch'ora non sudi

in generar qualche latino Alcide.

FLORA

Co' tuoi detti sagaci

tenti infonder invan nell'alma mia

l'amatissimo fel di gelosia.

TIBERIO

Già, che tanto mi sdegni

fuggo dagl'occhi tuoi, meno severa

amor ti renda.

FLORA

Sì, parti, e spera.

Arciero volante

dà l'ali al mio piede,

e dove risiede

l'ardor del mio core

conducimi amore.

Gelosi pensieri

partite dal seno,

non vuò, che veleno

d'amari sospetti

quest'anima infetti.

(nel partire è inchinata dai cavalieri)

ERSILLO

Quanti inchini

di zerbini!

Quanti pazzi dameggianti!

L'alta Roma

ch'altri doma,

or soggetta è a folli amanti.

Quanti inchini

di zerbini!

Per causa di una Dama segue una rissa tra quei Cavalieri, qual tramezzata dai loro Servi, porge materia al primo ballo.

Atto secondo
Scena prima

Logge reali con trono.
Eliogabalo, Alessandro.

ELIOGABALO

Sommo ben.

ALESSANDRO

Sommo mal.

Insieme

ELIOGABALO

Se reca il dardo d'amor

il suo colpo è vital,

e fa gioir, i cor.

ALESSANDRO

Se reca il dardo d'amor

il suo colpo è mortal,

e fa languir i cor.

ELIOGABALO

Sommo ben.

ALESSANDRO

Sommo mal.

ELIOGABALO E ALESSANDRO

Se reca il dardo d'amor.

ELIOGABALO

Chi fuggir le saette

può dell'arciero alato,

se fin nel regno ondoso

volò di face armato

a seminar ne' freddi numi ardori!

ALESSANDRO

Ardi, ma non di fiamma,

ch'il cor t'infetti, e strugga al crin gl'allori.

ELIOGABALO

Se vedessi Alessandro

il bel, che m'innamora,

ah so ben io, che tu arderesti ancora.

ALESSANDRO

Se la beltà qui folle,

che ti sconvolge il senno,

e l'alma ti costringe ad adorarla,

cesare mi saprei

da me stesso acciecar per non mirarla.

ELIOGABALO

Filosofia queste follie t'insegna.

ALESSANDRO

Un mostro è la lascivia in uom che regna.

ELIOGABALO

Lice seguir ciò, ch'a un regnante alletta.

ALESSANDRO

Nuocer sovente suol ciò, che diletta.

ELIOGABALO

L'uso ha forza di legge.

ALESSANDRO

Ma se la legge è ingiusta,

è tiranno che regge.

ELIOGABALO

Voglio amar.

ALESSANDRO

Ama il giusto.

ELIOGABALO

Chi sarà quell'audace,

che l'opre mie d'ingiuste accusar tenti?

Ciò, che vogl'io conviensi:

con sì liberi sensi

non favellarmi più, non irritarmi,

se preservar ti vuoi

dall'ira mia le tue fortune intatte.

(parte sdegnoso)

ALESSANDRO

Forza d'impero ogni ragione abbatte.

Un sogno o mortali

è 'l ben che godete:

dolcezze ch'han le ali

al sen vi stringete:

un sogno o mortali

è 'l ben che godete.

Asperse di mali

son l'ore più liete,

né i colpi fatali

fuggir voi potete:

un sogno o mortali

è 'l ben che godete.

Scena seconda

Flora, Tiberio.

FLORA

Pazienza amor richiede,

e chi soffrir non sa,

non mai giunger potrà

ad ottener il bel, ch'il cor li fiede.

Pazienza amor richiede.

Costanza usar conviene,

e chi desia goder,

se cangerà pensier

non mai risanerà del cor le pene.

Costanza usar conviene.

TIBERIO

Soffrir, e sperar,

che giova in amor!

S'avvezza è ad ognor

la speme a ingannar!

Che giova in amor

soffrir, e sperar!

FLORA

Soffri Tiberio, e taci

l'amoroso mio fato

non permette, ch'io possa

con altro consolar la tua costanza;

contentati per or della speranza.

TIBERIO

E s'io spero, vedrò

cangiarsi del destin le crude imprese?

FLORA

Chi è costante in amor non pena sempre.

TIBERIO

Ristorando mi vai

con soavi conforti.

FLORA

Flora gl'amanti vuol vivi, e non morti.

TIBERIO

Mio dolce ardor.

FLORA

Che parli?

Io tuo ardore? T'inganni:

son di cesare il foco;

ti basti, (e non è poco)

potermi vagheggiar senza mio sdegno;

questo è 'l confin, ch'alle tue fiamme assegno.

TIBERIO

Penando tacerò.

FLORA

Ciò ti concedo.

TIBERIO

Ma poi tacendo avrai di me pietà?

FLORA

Con il tempo chissà!

TIBERIO

Dolce speme il cor m'alletta,

il martir se n' fugge a volo,

e sperando mi consolo,

ch'è più d'un, ch'amando aspetta.

Fiero bando all'incostanza

vuol, ch'io dia l'arciero infante

e mi dice, ch'ogni amante

si mantien con la speranza.

Scena terza

Eliogabalo, Antiochiano, Alessandro che arrivano dopo di lui.

ELIOGABALO

Due pupille amorosette

più feriscono coi guardi

che di Scizia i fieri dardi;

scaltre avventano saette.

Un bel crine inanellato

più che dura aspra catena

stringe l'alme, e li dà pena;

ma 'l sudo al core è grato.

ANTIOCHIANO

Cesare, è giunto in corte

Ireno il nuovo duce,

che Flavia prigioniera

col console romano a te conduce.

ELIOGABALO

Che venga.

ALESSANDRO

(va a vedere nel trono)

E di qual colpa

Domizio è reo?

ANTIOCHIANO

Non so: temo Alessandro,

che sian le sue catene,

di barbaro tiranno empio trofeo.

Scena quarta

Flavia, Domizio prigionieri, Eliogabalo, Alessandro, Antiochiano, Ireno, Littori.

FLAVIA E DOMIZIO

Di fato

spietato

non temo no, no:

resister saprò.

IRENO

Signor, ecco eseguito

l'alto comando!

ELIOGABALO

(Oh dio!

Flavia è tra lacci, e 'l prigionier son io.)

FLAVIA

(vedendo Alessandro)

Lassa, che miro!

ALESSANDRO

(mirando Flora)

Oh ciel! Qual vago aspetto

la natura formò! Merta esser cieco

chi di mirar tanta bellezza aborre;

(folle, che dico!... ove il mio cor trascorre).

DOMIZIO

(sdegnoso verso Eliogabalo)

Del silenzio ostinato

rompo o cesare i ceppi, e se mi toglie

spada al ferir cruda fortuna infesta

ad onta sua lingua al parlar mi resta.

ELIOGABALO

Di cesare all'aspetto

sì temerarie voci

discioglier può la lingua tua rubella!

DOMIZIO

Chi non teme il morir, così favella.

ELIOGABALO

Empio, che vorrai dir? Parla: t'ascolto.

DOMIZIO

Dirò, che di tiranno

è barbara inclemenza

voler con false accuse

oltraggiar l'innocenza;

dirò, che chi risiede

nel trono di Quirino

deve stancar e le vittorie, e l'armi,

e far, che Roma innalzi

archi, statue, e obelischi al suo valore,

e non rapir a sudditi l'onore.

FLAVIA

Padre frena la lingua;

non irritar di cesare 'l furore.

DOMIZIO

Lascia o figlia, ch'io sfoghi 'l mio dolore.

ELIOGABALO

Tanto ardisci superbo? Olà.

IRENO

Signore.

ELIOGABALO

Entro carcere oscuro

sia rinchiuso il fellon: Flavia qui resti.

FLAVIA

Vuò seguir tra catene il genitore.

ELIOGABALO

Sia fermata.

FLAVIA

Obbedisco! Ahi padre!

DOMIZIO

Ahi figlia!

Senza ferro il crudele ora m'uccide!

Nel separarti dal mio seno, o cara,

le viscere dal core, ahi, mi divide.

FLAVIA

Vanne Domizio: Roma

spettatrice sarà di mia costanza.

DOMIZIO

Temprerà 'l mio martir questa speranza.

(viene condotto in prigione; ed Eliogabalo scende dal trono)

ANTIOCHIANO

Dolce pietà mi sforza,

Alessandro, al partir: su torri eccelse

scocca il fulmine Giove,

e su quest'empio l'ira sua non piove!

ELIOGABALO

Flavia, per tua prigione

avrà la reggia, e in questa

qual si deve al tuo grado ospizio degno:

Alessandro.

ALESSANDRO

Signor.

ELIOGABALO

Alla tua cura

sì pregiato tesor fido, e consegno.

Scena quinta

Alessandro, Flavia.

ALESSANDRO

(Come o numi potrò, ditelo voi,

tra le reti inciampar senza esser preso,

e di fiamma sì' bella

esser custode, e non restarne acceso!)

FLAVIA

Generoso Alessandro

la tua difesa imploro;

proteggi un'innocente,

accresci a tue virtù fama, e decoro.

ALESSANDRO

Amor, qual fiero assalto al cor mi dai!

Torna o Flavia a' tuoi rai

il bel seren: non dubitar, prometto

farmi scudo al tuo onor. Che guerra ho in petto!

FLAVIA

(a parte)

Ringrazio la fortuna

che le sventure mie rende beate

con le grazie pregiate

dei favor d'Alessandro: infin, ch'io spiri

sarammi o invitto eroe

tra nobil cortesia catena al core.

(Chi non s'abbaglierebbe al suo splendore!)

ALESSANDRO

Se raddolcir potesse

il perfido tenor delle tue stelle,

o quanto volentieri io lo farei!

Col fato pugnerei

bella, a tuo pro se fosse a me permesso.

(Che vaneggi mio cor! Torna in te stesso.)

FLAVIA

Unita alla tua destra

di nimico destin nulla pavento:

Alessandro pur sia

mio scudo (quasi dissi mio contento).

ALESSANDRO

Permetti, ch'io t'assegni

stanze pari al tuo merto.

FLAVIA

A' tuoi voleri

umilio i sensi miei.

FLAVIA E ALESSANDRO

Che pena o cielo!

FLAVIA

Mi stempro al foco.

ALESSANDRO

Ed io mi struggo al gelo.

Scena sesta

Flora, Ersillo.

FLORA

Ersillo, che mi narri!

Di beltà prigioniera

Eliogabalo è acceso? Ah, che più spero!

In due fiamme diviso

ha l'incendio del core?

ERSILLO

Il tutto è vero.

Di Flavia innamorato

cesare s'è scoperto, e non per altro

condur la fece in Roma,

che per poter sanar l'accese voglie;

anzi in corte si dice,

che la faccia sua moglie,

e lo scettro li dia d'imperatrice.

FLORA

Lassa, che intendo!

ERSILLO

Ireno

quel plebeo sublimato,

quel vil servo loquace

è l'orator sagace,

che a cesare riporta

l'ambasciate d'amor.

FLORA

Non più: son morta,

misera questo avviso

è un colpo, che m'uccide.

Un fulmine improvviso

che le macchine eccelse

delle speranze mie strugge, ed attesta;

torbido ciel mi serra

le porte del gioir, e veggo solo

nel regno del tormento

spalancarsi per me quelle del duolo.

ERSILLO

Maledetto il momento,

ch'io seco favellai!

D'averti ciò narrato affé mi pento.

FLORA

Morirò: ma che parlo!

Nudo spirto fra l'ombre

scender vorrò, perché sul trono augusto

ascenda Flavia, e in faccia al Tebro, altera

le mie sorti rapite,

trionfi in Roma, ed io languisca in Dite!

Che morir! Vivi o Flora,

ed a difesa della tua fortuna

chiama le furie al cor: Flavia pur mora.

ERSILLO

Nell'ingorde sue gole,

tanto fiero veleno

il trifauce mastin credo non abbia,

quanto ha costei: m'involo alla sua rabbia.

FLORA

Perirà Flavia, e Ireno;

farò, ch'all'uno sia

svelta la lingua, e all'altra

esalar io farò l'alma dal seno.

Cruda Aletto

nel mio petto

tal velen di sdegno infonde,

che se l'onde

io varcassi ora d'Averno,

numi rei

io sarei

furia alle furie, ed all'inferno inferno.

Belva ircana

sì inumana

mai non fu da stral ferita,

come ardita

all'impresa cruda, e fiera

l'ira mia

mi saria

aspide ai serpi, ed all'arpie megera.

Scena settima

Flavia, Nisbe.

FLAVIA

Mi consolo con la speme

di poter un dì gioir:

sempre irato il mar non freme,

ha le calme anco il martir.

Mi consolo con la speme

di poter un dì gioir.

NISBE

Fortuna il crin ti porge

gioirai se lo prendi.

FLAVIA

Sorte m'arride? E come?

NISBE

Eh non m'intendi:

di te l'imperator io credo amante.

FLAVIA

Che dir vorresti?

NISBE

Nulla,

solo, che l'onor tuo serbi costante:

ma bel destin saria

s'alle tu chiome d'oro

s'accoppiasse aureo petto:

chissà! Può molto amor: grand'è 'l tuo merto.

FLAVIA

Della tua fede antica

Nisbe temer mi fai: sospetta il core,

che solo col tuo mezzo

per appagar i suoi lascivi affetti

s'abbia Augusto introdutto entro i miei tetti.

NISBE

Io rea di tal delitto! O numi! O cielo!

Ho troppo a cor di tua onestade il zelo.

FLAVIA

Dunque m'affido in te.

NISBE

Sarai sicura;

povera son, ma la coscienza ho pura.

Pur, s'il fato t'avesse

destinata di Roma imperatrice,

non saresti felice.

FLAVIA

Regni non curo, e scettri non desio;

gl'affetti miei son d'Alessandro mio.

Son le gioie, ch'amore dispensa

tenaci catene

fierissime pene

di lacci, e d'ardori;

chi soffrirli non sa non s'innamori.

Reca il dardo del nume bambino

tormenti tiranni,

durissimi affanni,

sospiri, e dolori:

chi soffrir non sa non s'innamori.

Scena ottava

Nisbe.

Salda è la rocca: pure

rinnoverò l'assalto

femmina è Flavia, e non ha il cor di smalto.

Che vi sia bella, e costante

per mia fé, ch'io non lo credo;

ogni donna osservo, e vedo,

ch'aver vuol più d'un amante.

Molte siamo (io lo confesso)

vero tipo d'incostanza;

ogni bella ha per usanza

molti averne, e cangiar spesso.

Scena nona

Prigione orrida.
Coro di Cavalieri romani tra catene. Domizio incatenato. Alessandro, che viene introdotto da Ireno nella prigione.

DOMIZIO

Sordo carcere spietato!

Cieco inferno de' viventi,

duri ceppi! Iniqua sorte!

Rio destin dammi la morte,

tronca o Parca i miei tormenti.

Sordo carcere spietato!

Cieco inferno de' viventi.

ALESSANDRO

Domizio tu abbandoni

la costanza del cor? Desta nel seno

la sopita virtù, se farti scudo

vuoi di cieca fortuna alle saette;

contro i suoi duri colpi

somministra virtù sempre perfetta:

questa col suo valore

ne' martiri s'affina, e più rinforza;

di tirannia forza

sprezza il rigor, che non sarà bastante

cesare a superar un cor costante.

DOMIZIO

Mostro fiero! Aspe crudo! Empio regnante.

ALESSANDRO

Consolatevi amici,

che lascivo spietato

sempre ha la morte, ed il sepolcro a lato.

DOMIZIO

Che lo fulmini un dì Giove adirato.

(qui si vede a introdursi nella prigione Flavia)

ALESSANDRO

Mira Domizio, mira

qual raggio di conforto

tra questi orrori a' tuoi martiri apporto!

Ecco Flavia tua figlia:

agl'affetti di padre

lascio libero il campo, io parto: o dio!

(Come vaga riluce

la pietà in sì bel volto! Ahi, che tormento,

s'io resisto Cupido, è gran portento.)

Scena decima

Flavia, Domizio, coro di Prigionieri.

FLAVIA

Padre.

DOMIZIO

Figlia.

FLAVIA

Il destino

ancor sazio non è di tormentarti?

Lascia, che queste braccia

ti circondino il seno.

DOMIZIO

O dolce nodo!

Viscere amate, o care!

Tu tempri il duol delle mie pene amare.

FLAVIA

Deh consolati o padre;

d'Eliogabalo al soglio

chiedere per te la libertade io voglio.

DOMIZIO

No: ciò non far; siano i miei dì pur tristi,

con le perdite tue non voglio acquisti.

FLAVIA

E che perder poss'io?

DOMIZIO

Ciò ch'un lascivo

tenta a forza rapirti.

FLAVIA

Ho saldo core;

non temer genitore:

anco il regno latino

le penelopi avrà: Giove pietoso

forse in tanto farà, che Roma torni

a goder lieti giorni.

La virtù d'Alessandro

al vizio d'Eliogabalo potria

farsi giusto flagello, e la fortuna

sul Tebro partorir qualche vicenda.

DOMIZIO

O voglia il ciel, ch'un sì bel dì risplenda.

Scena undicesima

Ireno, Flavia, Domizio, e li detti.

IRENO

All'uscire, all'uscire;

Flora in corte m'attende,

chiuder vuo' la prigione; devo partire:

all'uscire, all'uscire.

FLAVIA

Padre devo lasciarti!

DOMIZIO

Figlia, il fato mi niega

il poterti seguire.

IRENO

All'uscire, all'uscire;

che tanti complimenti!

FLAVIA E DOMIZIO

Fierissimi tormenti!

Doloroso martire!

IRENO

All'uscire, all'uscire.

DOMIZIO

O del ciel perfide stelle!

Sorde al par di questi marmi!

Che tardate più a spezzarmi

sì durissime catene!

Mai non viene

da voi stilla di pietà?

Deh tornatemi un dì la libertà.

Scena dodicesima

Appartamenti d'Alessandro, che corrispondono in un delizioso giardino.
Eliogabalo, Nisbe.

ELIOGABALO

Arde per Alessandro

Flavia la continente!

NISBE

Eccome! In petto

per lui gl'avvampa un Mongibel di foco;

quindi avvien, ch'il tuo amore

nel suo cor non ha loco.

E tu incauto consegni

l'esca appresso la fiamma?

ELIOGABALO

Ei sdegna, e fugge

di Cupido l'ardore:

ma di Flavia alle luci

io toglierlo saprò, se non dal core.

NISBE

Signor quanto svelai

fa', ch'appresso di Flavia occulto resti:

ma ohimè! Non sono questi

d'Alessandro gl'alberghi?

ELIOGABALO

E che paventi?

NISBE

Darò di me sospetto,

se fia, ch'alcun m'osservi

qui teco favellar da sola a solo:

veggo il prefetto: agl'occhi suoi m'involo.

ELIOGABALO

Odi: se qui d'intorno

Flavia giungesse, ad avvisarmi vieni.

NISBE

Dove sarai?

ELIOGABALO

Tra queste verdi piante,

a sospirar i raggi suoi sereni.

Gelosia lasciami in pace;

non mi dar tormento in petto,

non ti presti inqua Aletto

il flagel della sua face.

Gelosia lasciami in pace.

Scena tredicesima

Ireno, Antiochiano.

IRENO

Signor, sorte opportuna,

fa' ch'io t'incontri: Flora

questo foglio t'invia.

ANTIOCHIANO

(apre la lettera e stupisce nel leggerla)

Che leggo!

IRENO

Intendo:

l'amica è accesa.

ANTIOCHIANO

O femmine!

IRENO

Qui certo

gran premio avrò: dagl'atti io lo comprendo.

Signor, Flora m'aspetta,

d'ordine suo qui la risposta attendo.

ANTIOCHIANO

Odi quanto mi scrive:

«Amico fa', ch'a Ireno

sia troncata la lingua: abbia il fellone

giusta pena al su' error: Flora ciò impone.»

IRENO

Come! Rileggi ancora...

ANTIOCHIANO

Ch'io recider ti faccia

quella lingua loquace ordina Flora.

IRENO

Misero! In che l'offesi, ond'ora merti

provar dell'ira sua tal crudeltà!

Pietà signor, pietà.

ANTIOCHIANO

Questo è il premio dovuto,

ch'a mezzani amorosi alfin si dà,

IRENO

Pietà signor, pietà.

ANTIOCHIANO

Accòstati.

IRENO

Pietà: morto son io.

ANTIOCHIANO

Carnefice non son, né 'l ferro mio

di vil sangue giammai fu sitibondo.

IRENO

Se la lingua mi lasci,

pubblicherò l'alte tue glorie al mondo.

ANTIOCHIANO

Illeso andrai, se d'eseguir prometti

quanto dirò.

IRENO

Comanda.

ANTIOCHIANO

Vuò, che da questa reggia,

il piè allontani, intanto

sappi fingerti muto appresso Flora.

IRENO

Altro modo chiedi? Io ciò prometto, e giuro.

ANTIOCHIANO

Così restar vedrai

Flora schernita, io pago, e tu fiero:

ritirati, vien gente: opra da astuto.

IRENO

Non dubitar, non parlo più, son muto.

ANTIOCHIANO

O perfida corte!

O mostro d'orrori!

Sirena de' cori!

Col volto ingannando

tradisci allettando

prometti dolcezze,

ma doni amarezze

peggiori, che morte.

O perfida corte!

Scena quattordicesima

Flavia, Nisbe, in disparte.

FLAVIA

Dimmi o misero core

dal destino, e d'amore

combattuto, che speri? E che farai?

Quando avrai pace? Ah mi rispondi mai.

Zeffiretti, che spirate

qui d'intorno un dolce fiato,

del mio core innamorato

l'ardor fiero, deh temprate.

(siede appresso una fonte)

Ma 'l mormorio soave

di quest'onda cadente

par, ch'al sonno m'alletti:

troppo vegliaste afflitte mie pupille!

Date dolce riposo al cor dolente.

NISBE

(Ecco Flavia, ed è sola: o bella sorte

ch'augusto avria di raddolcirsi 'l duolo?

Voglio aiutarlo: a lui rapida volo.)

FLAVIA

Dormite sì, dormite

o luci innamorate,

e v'apporti ristoro

ombra de' vostri sogni il sol ch'adoro.

(s'addormenta)

Scena quindicesima

Flora, Flavia addormita.

FLORA

Io per Flavia sprezzata!

Per beltà contumace

cesare m'abbandona, e chi rubella

fu sua infausta cometa, ora è sua stella!

Io cui cinger dovea

regio diadema il crine, in breve infrante:

dalla grazia d'Augusto oggi decado

e taccio? E 'l soffro? E invendicata io vado?

No 'l soffrirò no no: con questo ferro

di quante ingiurie ad onta

contro di me l'instabil diva aduna

la ruota inchioderò della fortuna:

svenerò Flavia.

(qui la vede addormita)

O cieli! Ecco addormita

la mia nemica! Da profondo sonno

ha prima di morir tomba la vita:

disumanati o core, acuto stilo

or troncherò della sua vita il filo.

(s'avventa contro Flavia per ucciderla)

Scena sedicesima

Eliogabalo, Flavia, Flora.

ELIOGABALO

Ferma iniqua: che tenti?

Dar morte a Flavia?

FLAVIA

(svegliata)

A me? Cesare aita.

Non temer: bella in te sta la mia vita.

FLORA

Signor.

ELIOGABALO

Taci.

FLAVIA

(a Flora)

Crudel.

FLORA

(Astri perversi!)

(a Eliogabalo)

Forza d'amor.

ELIOGABALO

Non più.

Togliti dal mio aspetto

indegna di mirar chi m'innamora:

parti.

FLORA

Fortuna infida;

è più pazza di te chi in te si fida.

Scena diciassettesima

Eliogabalo, Flavia.

ELIOGABALO

Vedi o Flavia s'io t'amo!

Alla morte t'involo.

Ardo o cruda per te, per Flora io gelo,

e in inferno mi cangio a chi fui cielo:

che vuoi più? Di'? Che brami?

FLAVIA

Cesare tu non m'ami.

ELIOGABALO

Che vorresti? Disciolto

da' ferri il genitor? Oggi l'avrai

libero da catene:

che vuoi più? Di'? Che brami?

FLAVIA

Cesare tu non m'ami.

ELIOGABALO

Vuoi questo cor? Te 'l diedi:

vuoi l'alma? È nel tuo seno:

brami scettro? Diadema?

Sudditi? Gemme? Impero?

Tutto avrai: bella chiedi

quanto darti poss'io.

FLAVIA

A chi morta mi vuol, morte desio.

(parte irata)

ELIOGABALO

Morirà Flora: sì: farò, che scenda

a crescer crudeltà nel basso chiostro

questo di ferità perfido mostro.

Scena diciottesima

Eliogabalo, Tiberio.

ELIOGABALO

Tiberio, ti sia legge

il mio comando.

TIBERIO

Trasgredir non oso.

ELIOGABALO

Sarai di Flora.

TIBERIO

O sorte!

ELIOGABALO

Il ministro fatal della sua morte.

TIBERIO

Come!

ELIOGABALO

Estinta la vuò.

TIBERIO

Barbaro impero!

Non ascolto ragioni,

fa' che l'empia sia esposta

nel serraglio ai leoni.

(Eliogabalo soprapreso da' suoi pensieri amorosi passeggia per il giardino)

TIBERIO

Far morir Flora? Oh dio!

Il genio innamorato

carnefice spietato

come far si potrà dell'idolo mio!

Far morir Flora? Oh dio!

(parte)

Scena diciannovesima

Antiochiano, Eliogabalo.

ANTIOCHIANO

Cesare il parto audace

Roma a guerra disfida, e tu non l'odi?

Violar della pace

osa le leggi, e in amorosi nodi

spensierato ne stai? Scusami: il zelo

di suddito fedel fa', ch'io disciolga

liberi sì, ma ben devoti accenti:

a sussurrar non senti

le milizie col dir, ch'in ogni parte

cangi in dardo d'amor l'asta di Marte.

ELIOGABALO

Favorisce la sorte a' miei desiri.

A fiaccar l'alto orgoglio

del superbo Artabano

Alessandro n'andrà.

ANTIOCHIANO

Prode guerriero

scegli o signor, ma di tua spada il lampo

le legioni latine

braman veder a fulminar in campo.

ELIOGABALO

Vuò, che parta Alessandro: il suo valore

qual fierezza non doma?

Ei sia Marte tra l'armi, io Giove in Roma.

ANTIOCHIANO

(nel partire)

(Di qualche bella in seno

Giove sarai, che con lasciva bocca

invece di saette, baci scocca.)

ELIOGABALO

Celar d'amor la fiamma

non posso, oh dio, non so;

quell'incendio, ch'infiamma

asconder non si può.

Celar d'amor la fiamma

non posso, oh dio, non so.

(qui termina senza ballo, perché questo succede nella scena quinta dell'atto terzo)

Atto terzo
Scena prima

Apparato di mensa imperiale tra le delizie del giardino regio.
Domizio, Antiochiano.
Ireno a parte con i Paggi, che va preparando la regia mensa.

DOMIZIO

Sciolto pur da catene

respiro i vostri fiati aure serene!

Sorte avversa

più non versa

nel mio seno doglia amara:

o dolce libertà quanto sei cara!

ANTIOCHIANO

Chi gl'astri in cielo regge

gl'innocenti protegge

un cor fatto bersaglio

a colpi di fortuna

a tollerar le sue percosse impara...

DOMIZIO

O dolce libertà quanto sei cara!

IRENO

Paggi affrettate;

la regia mensa

su preparate.

ANTIOCHIANO

Voi di Flavia alle stanze

servite di scorta.

DOMIZIO

Palpitante il cor mio

alla figlia si porta:

temo.

ANTIOCHIANO

Di che?

DOMIZIO

Non so:

un tiranno lascivo, ah, molto può!

Scena seconda

Antiochiano, Ireno.

ANTIOCHIANO

Ireno, e quando mai

fuor di corte n'andrai?

IRENO

Signor prima concedi,

ch'io qui serva al convito,

che se parto digiuno io son spedito.

ANTIOCHIANO

Ecco Flora.

IRENO

Ahimè! Taccio.

Muto mi fingerò.

ANTIOCHIANO

Sappi ingannarla.

IRENO

Ogn'arte adoprerò.

Scena terza

Flora, Antiochiano, Ireno, che si finge muto appresso Flora.

FLORA

Amico, hai tu eseguito

l'ordine mio?

ANTIOCHIANO

Sì: mira;

ecco il servo fellon, che senza lingua

l'aure di questo cielo anco respira.

Ma dimmi, in che t'offese?

FLORA

Il perfido lo sa.

(Ireno esprime a cenni, che non sa cosa alcuna)

(a Ireno)

Or a cesare vanne,

ed a danni di Flora

dispiegagli il candor d'altra beltà.

(Ireno esprime a cenni di sì, che lo farà)

E come spiegherai

l'ambasciate d'amor? A bocca?

(Ireno esprime a cenni di no)

In carta forse?

(Ireno esprime a cenni di sì)

Io troncarti la destra anco farò.

IRENO

(s'esprime a cenni, che fuggirà di corte, e nel partire s'accosta all'orecchie d'Antiochiano dicendogli sottovoce)

Che dici? Finsi bene?

ANTIOCHIANO

Taci: va';

pari non hai nella sagacità.

(partono)

FLORA

Un core, ch'è offeso

ricerca vendetta;

gradisce,

e sortisce,

s'il tempo s'aspetta:

un core, ch'è offeso

ricerca vendetta.

Scena quarta

Tiberio, Flora.

TIBERIO

Flora.

FLORA

Tiberio.

TIBERIO

Ah cara!

FLORA

Tu piangi?

TIBERIO

Sì.

FLORA

Perché?

TIBERIO

Ti perdo nel trovarti:

io devo. Oh dio!

FLORA

Che devi?

TIBERIO

Per comando d'Augusto

farti esporre alle fiere.

FLORA

E tu sarai

ministro di mia morte? Ah crudo! ah iniquo!

Più barbaro, più fiero

di chi t'impose un sì spietato impero:

tu darmi morte? E questi

sono affetti d'amante?

Suvvia: che fai? Che tardi?

Placa perfido, placa

Eliogabalo irato

con la vittima esangue

d'un'amante innocente;

fa' ch'alle mense sue beva il mio sangue.

TIBERIO

Ch'io t'uccida mia vita? E con qual armi?

S'amor negl'occhi tuoi

tutte riposte l'ha per impiagarmi.

FLORA

Odi Tiberio, ascolta:

so, che del sangue mio Flavia ha gran sete:

or vedrò, se tu m'ami,

se posseder mi brami.

TIBERIO

Che far poss'io? Comanda.

FLORA

Trova modo ond'io possa

contro lei vendicarmi:

teco poi fuor di Roma

fuggir prometto.

TIBERIO

Non temer: vedrai

alle prove, s'io t'amo,

se posseder ti bramo:

ma qui cesare viene: agl'occhi suoi

involiamci cor mio.

FLORA

Di toschi amari

Megera infetti i cibi suoi più cari.

Scena quinta

Eliogabalo, Flavia, Nisbe, Ersillo, Ireno.

ELIOGABALO

Chi scherza con amor, scherza col foco;

un Vesuvio è la bellezza

sempre avvezza

a vibrar in seno ardori;

dolce fiamma, che ne' cori

va crescendo a poco a poco:

chi scherza con amor, scherza col foco.

ERSILLO

Sire, Flavia qui viene,

obbediente a cenni tuoi.

ELIOGABALO

Che aspetto!

Che pupille serene!

NISBE

Di che paventi? Va':

io in custodia sarò di tua onestà.

FLAVIA

Il core nel petto battendo mi sta:

cieli, amore

di me, che sarà?

ELIOGABALO

Flavia, pria, che nasconda

d'Anfitrite nel sen Febo i suoi rai,

cadrà la tua nimica

in un perpetuo occaso: intanto o bella

la mia mensa onorar non sdegnerai.

FLAVIA

Io con augusto a pranzo? Alto monarca

tanto merto non ho.

ELIOGABALO

L'hai quando io così vuò.

NISBE

Obbedisci: che temi? Io qui starò.

ELIOGABALO

La tua beltà divina

aver dovrai gl'adoratori a' piedi;

vieni o bella.

(la prende per la mano, e la guida ad una sede della regia mensa)

Qui siedi.

NISBE

(a parte)

(Flavia, la tua costanza

un dì sì cangerà!

So ben io, che non sarà

il pensiero tuo durabile:

ogni donna è alfin mutabile.)

ERSILLO

Ireno è già disposto.

Quanto cesare impose?

IRENO

Il tutto è in pronto.

Per allungar il pranzo

con la tua Flavia accanto

l'innamorato augusto

strana danza ordinò: so, ch'io non fallo.

ERSILLO

Diasi principio al ballo.

Qui segue per trattenimento del regio pranzo graziosa burla tra Giardinieri, e Buffoni di corte in forma di ballo, qual terminato, si move Ersillo il paggio con aurea coppa per recar da bere all'Imperatore: in questo esce Tiberio, ed arresta il Paggio dicendo

Scena sesta

Tiberio, Eliogabalo, Flavia, Nisbe, Ersillo, Ireno.

TIBERIO

(al paggio)

Ferma!

(a Eliogabalo)

Cesare ascolta.

Pria di dar morte a Flora,

del sovrano motor bontà infinita

qui m'ha tratto a serbarti ora la vita.

(ciò detto getta dall'aurea coppa il bicchiere del vino a terra, e parte veloce. Ersillo lo segue)

ELIOGABALO

(sorto in piedi e abbandonata la mensa)

La vita a me! Che ascolto!

Qual congiura di morte

a' danni miei s'ordisce?

Sia Tiberio seguito;

venga Ersillo arrestato;

si conducano a me: su, che si tarda?

Parti Ireno veloce.

IRENO

In un momento

sciolgo rapido il corso al par del vento.

ELIOGABALO

Flavia addio: furia son; scusa, s'io parto

dalle celesti tue beltà gradite,

che le furie col ciel non stanno unite.

Scena settima

Flavia, Nisbe.

FLAVIA

Vattene iniquo: il cielo

stanco di tollerarti

possa un dì fulminarti.

NISBE

Perch'estinto lo brami?

S'ei cade, seco ancora

la speme caderà di tue grandezze,

sai pur, che di Cupido

Alessandro è nemico! Egli non t'ama

e cesare t'adora.

FLAVIA

D'Alessandro il rigor più m'innamora.

NISBE

È vana sciocchezza

amar disprezzata;

chi ha grazia, e bellezza

dev'esser pregata.

È vana sciocchezza

amar disprezzata.

FLAVIA

Ecco il vago tiran, ch'il cor mi punge.

NISBE

A perturbar i miei disegni ei giunge.

(si ritirano in disparte)

Scena ottava

Alessandro con baston di generale eletto da Eliogabalo contro de' Parti.
Flavia, Nisbe.

ALESSANDRO

Già la tromba in campo suona,

brilla il core al suo fragor;

all'invito di Bellona

seguo Marte, e fuggo Amor.

NISBE

Che dici? E l'amerai?

FLAVIA

L'idolo mio

ei sarà sempre.

NISBE

O pazzerella! Addio.

(parte)

ALESSANDRO

(veduta Flavia)

Che rimiri Alessandro! Ah tu inciampasti

nell'insidie d'amor! Parti: ma piano!

Sarebbe atto inumano

l'abbandonar chi vive afflitta: o cieli!

M'accosto al foco, e par ch'il cor si geli.

Flavia, che ti conturba?

FLAVIA

Il perfido tenor delle mie stelle.

ALESSANDRO

(Oh che sembianze belle!)

FLAVIA

Ah tra falangi armate

parti forse Alessandro?

Senza la tua difesa

in poter d'un tiranno

rimaner qui dovrò?

E partirai?

ALESSANDRO

Non so.

FLAVIA

Deh non mi lasciar, no, no.

ALESSANDRO

Dell'aquile romane

contro de' parti audaci

da augusto io fui supremo duce eletto.

FLAVIA

E partirai?

ALESSANDRO

Non so: brama d'onore

m'è stimolo alle piante.

FLAVIA

E se qui resti,

chi ti trattiene?

ALESSANDRO

Amore.

(Ahimè che dissi!)

FLORA

Oh caro!

(Mi corrisponde, e m'è di grazie avaro.)

Ami dunque?

ALESSANDRO

No 'l niego;

e dall'amar, imparo

la sofferenza.

FLAVIA

(O caro!)

ALESSANDRO

Misero, che vaneggio?

Dov'è 'l cor d'Alessandro? A un cieco, infante

vorrò ceder le palme?

FLAVIA

Ei certo è amante.

ALESSANDRO

Amo o Flavia.

FLAVIA

Sì, sì: mio cor vittoria.

ALESSANDRO

Ma beltà non m'accende; amo la gloria.

(parte)

FLAVIA

O mia speme tradita!

O costanza schernita!

Cieco amore

beva il core

d'Alessandro il tuo velen,

la tua face gl'arda in sen;

perché stia sempre con me,

con le catene tue legagli il piè.

Scena nona

Cortile regio, ch'introduce al serraglio delle fiere.
Eliogabalo, Ireno, Ersillo incatenato.

ELIOGABALO

Il delitto discopri,

i complici palesa.

IRENO

La coscienza fellon non ti rimorde?

ELIOGABALO

Che più tardi? Confessa;

o cibo là sarai di fere ingorde.

ERSILLO

Signor, di tigre ircana

mi laceri, mi sbrani

l'arrabbiato dente,

morirò, ma innocente.

Scena decima

Tiberio, Eliogabalo, Ersillo, Ireno.

TIBERIO

Signor, questo infelice

nel delitto esecrando

parte alcuna non ha.

ELIOGABALO

Ma quale è 'l reo?

Palesarlo conviene.

TIBERIO

Diansi quelle catene

a Flavia: ella è la rea, che di veleno

ucciderti tentò.

ELIOGABALO

Che ascolto!

TIBERIO

Giove,

ch'a proteggerti in terra

la sorte destinò, con il suo mezzo

mi fece penetrar l'insidie occulte:

de' suoi torti in vendetta

l'offesa prigioniera

tenta farsi a tuoi danni. Ah troppo fiera.

ELIOGABALO

Tanto crudo è un bel volto!

Può sì tenero seno

in sé nutrir sì barbari rigori?

Così tenta l'ingrata

compensar con la morte

le mie grazie, e gl'amori!

Flora dov'è?

TIBERIO

Tra l'ombre;

fu eseguito il tuo impero,

mira colà del suo bel corpo esangue

le lacerte membra

misero avanzo delle crude fere.

(qui gli si mostra per le grate nel serraglio le vesti di Flora intrise nel sangue d'un corpo lacerato, indi parte)

IRENO

Ah ah, sei pur qui estinta.

Le mie vendette io miro.

ERSILLO

Ed io disciolto in libertà respiro.

(parte)

ELIOGABALO

Cieco sdegno, che oprasti!

Flora! Mia cara! Ah non respiri più.

Ombra amata, ardor mio spento,

deh ti plachi il pentimento

di quest'anima che errò:

piangerò

la tua perdita sì amara;

deh vieni in sogno a consolarmi o cara.

Scena undicesima

Ireno, Tiberio, Flora in abito di pastorella.

IRENO

Miei spirti godete;

chi estinto mi bramò

lacerata,

divorata

dalle belve qui restò.

Ma qual vaga beltade

con Tiberio qui viene?

Che gentil pastorella!

S'augusto la vedesse

per sé la sceglierebbe: affé, ch'è bella.

(s'asconde non veduto dietro alcuni marmi per osservar chi sia quella che viene)

TIBERIO

Odi Flora.

IRENO

(Che sento!

Flora è costei?)

TIBERIO

Sortito

è l'inganno sagace;

morta augusto ti crede, ed in tua vece

fu Gelinda mia schiava

delle tue vesti ornata

dalla fere sbranata;

volgimi deh sereni

di tue pupille i rai!

Vendicata sarai.

Accusai pre gradirti

Flavia benché innocente,

rea di veleno appresso augusto, e irato

minaccia al viver tuo l'ultimo fato.

FLORA

T'obbligasti 'l mio core: or t'amerò.

IRENO

Queste frodi ad augusto io scoprirò.

(parte correndo)

TIBERIO

Sovra spalmato pino

i campi di Nettun lungi da Roma

meco tu solcherai volto divino.

TIBERIO

Potrai col bel crine

tra l'onde moleste

legar le tempeste:

bellezza serena

e agl'Euri catena.

FLORA

Saprai mio bel sole

con luci sì belle

placar le procelle:

col vago tuo lume

dar calma alle spume.

TIBERIO

Mia cara alla fuga.

FLORA

Fuggiamo sì, sì.

FLORA E TIBERIO

O per me lieto, e fortunato dì!

Scena dodicesima

Domizio, Flavia.

DOMIZIO

Resisti o figlia: intrepida combatti,

su base di costanza

innalza o Flavia al nome tuo trofei.

T'assisteranno i dèi.

Gloria acquista chi pugna,

contro voglie tiranne, e chi non cede

è di fama immortale illustre erede.

FLAVIA

Per resister all'assalto

d'inonesto ed empio amante

avrò petto di diamante,

avrò un'anima di smalto,

sarà stabile il mio cor.

DOMIZIO

O cari accenti! O mio gradito amor!

(abbraccia la figlia)

Scena tredicesima

Eliogabalo, Flavia, Domizio.

ELIOGABALO

Flavia, note mi sono

le tue perfidie.

FLAVIA

In che t'offesi?

ELIOGABALO

Il cielo,

ch'i cesari protegge

te lo dirà con lingua di saetta:

ma no: contro de' rei dentro il mio regno

tocca a me, e non a Giove il far vendetta.

FLAVIA

Io rea? Di che?

ELIOGABALO

Non più, nelle mie stanze

conducetela voi.

DOMIZIO

Fermate: io voglio

accompagnarla.

ELIOGABALO

Frena

temerario col passo anco l'orgoglio:

obbedite.

DOMIZIO

(tenendo stretta la figlia)

T'inganni

se con sforzi tiranni

vincerla credi! Cada

con la figlia anco il padre

e trafigga due seni una sol spada.

ELIOGABALO

(irato)

Olà: quel forsennato

nella piazza di Marte

tosto sia saettato.

(qui quattro soldati separano a forza Domizio dal seno di Flavia)

DOMIZIO

Vado o figlia alla morte.

FLAVIA

Padre ti seguirò.

DOMIZIO

No, mia cara, no, no:

vivi pur, ma costante

a una fama immortal.

FLAVIA

L'anima in petto

ho dell'onor, né vil timor mì'ingombra.

DOMIZIO

Vivi, ch'io venirò

qui ad adorar la tua costanza in ombra.

ELIOGABALO

(sdegnoso)

Su partitevi dico.

(quattro soldati conducono Domizio alla morte, ed altri quattro Flavia nelle cesaree stanze)

(nel partire)

Insieme

FLAVIA

Sàziati nel suo sangue empio nimico.

DOMIZIO

Sàziati nel mio sangue empio nimico.

ELIOGABALO

Son risoluto alfine!

Nel giardino d'amor coglierò 'l frutto,

è indecente il pregar a chi può 'l tutto.

Se di rigido sembiante,

vivo amante,

per sanar il cor piagato

goderò benché sprezzato.

Se di ghiaccio è la bellezza,

che mi sprezza,

per stemprar rigor sì fiero

userò latino impero.

Scena quattordicesima

Quartieri de' soldati pretoriani.
Ireno, Tiberio prigioniero, coro di Littori.

IRENO

Custoditelo bene.

Raddoppiate i lacci, e le catene.

TIBERIO

Mi tradisti empia sorte!

IRENO

Conducetelo in corte!

TIBERIO

Il contento in amor fugge in brev'ora.

IRENO

Calma mendace

quanto fugace

è 'l tuo sereno!

In un baleno

sparir si vede:

è pazzo affé chi alla fortuna crede.

Scena quindicesima

Ireno, Flora prigioniera, coro di Littori.

FLORA

Io tra lacci cattiva!

Temerari fermate:

dove mi conducete?

Dite? Forse in trionfo

al barbaro romano

sitibondo crudel del sangue mio?

Dov'è Tiberio?

(ciò chiede ad Ireno, ma questi accenna non li poter rispondere per non aver lingua)

Oh dio!

Da chi privo è di lingua

invan risposta attendo?

Che sia con egual pena

castigato ogni error Giove ha prescritto!

Mi punisce oggi il ciel col mio delitto.

(Ireno accenna a' littori che la conducano via)

IRENO

Or va' perfida, e tenta il danno mio!

M'ho vendicato col silenzio anch'io.

Scena sedicesima

Alessandro.

Vezzosa beltà

ferirmi non sa,

Cupido schernendo

io vinco fuggendo:

trionfa mio core,

che solo col fuggir si vince Amore.

Un ciglio seren

non strugge mio sen,

d'ardori non sento

vorace tormento:

trionfa mio core,

che solo col fuggir si vince Amore.

Scena diciassettesima

Domizio, Antiochiano, Alessandro, coro di Soldati pretoriani.

DOMIZIO

(dentro i quartieri)

Eliogabalo mora,

gridi voce festiva

«viva Alessandro».

CORO

Viva.

ANTIOCHIANO

Signor deh accorri.

ALESSANDRO

E dove?

ANTIOCHIANO

Ad acchetar il militar tumulto,

le guardie pretoriane

ribellate ad Augusto

tentano la sua morte,

e tosto alle ritorte

Domizio l'innocente

t'acclamano signore

di Roma imperatore.

ALESSANDRO

Viva cesare, e imperi

riverito nel Lazio: io non ambisco

sovra le sue ruine

ergermi il trono, e coronarmi il crine.

Domizio esce da' quartieri con spada nuda alla mano seguito da' soldati Pretoriani con l'aquile romane spiegate.

DOMIZIO

Eliogabalo mora;

spegna l'onda del Tebro

la lascivia di Roma,

d'Alessandro la chioma

cinga serto latino.

(ad Alessandro)

Nuovo cesare sei, ciascun t'adora.

Eliogabalo mora.

ALESSANDRO

Eliogabalo viva: io non pretendo

imporporarmi in sì lascivo sangue

il regio manto o insidiargli il regno.

DOMIZIO

Del diadema roman tu sol sei degno.

ALESSANDRO

Giove, ch'i rei castiga

le sue colpe punisca: a voi non tocca

esser del ciel ministri, ed io non voglio,

che l'innocenza mia

di non pensata reità dal volgo

calunniata sia.

DOMIZIO

Viva Alessandro: regni

la sua bontà, cada la tirannia.

Qui i Pretoriani portano via di peso Alessandro.

Scena diciottesima

Antiochiano.

Così fieri tumulti

la mia destra a frenar resta impotente,

plachi tanto furor Giove clemente.

O voi, che stringete

cinti d'ostro reale aurato scettro,

osservate, apprendete,

che le grandezze alfin sono di vetro:

la fortuna

sol nel mondo inganni aduna;

spezzarsi suol allor, che più risplende,

e quando ride, inaspettata offende.

Scena diciannovesima

Sala regia, destinata da Eliogabalo per il senato delle donne in Roma.
Eliogabalo in abito di donna, coro di Donne romane.

ELIOGABALO

O del regno latino

femmine miglior parte,

commilitoni audaci,

vaghe pompe del Tebro, eccoti augusto

d'uomo in donna cangiato,

per compiacervi o belle

vi concedo il senato.

Scena ventesima

Alessandro, Eliogabalo, coro di Pretoriani di dentro, coro di Dame.

ALESSANDRO

De' monarchi romani

sono queste l'imprese

o troppo effeminato amante?

Qual cesare imperante

Roma vide cangiar lo scettro in gonna?

Si trasmutan così gl'augusti in donna?

CORO

Eliogabalo mora.

ELIOGABALO

Che tumulti son questi?

ALESSANDRO

Delle ruine tue nunzi funesti.

ELIOGABALO

(atterrito)

Le mie guardie rubelle,

mi minacciano morte?

Chi mi difende? Ahi sorte!

Scena ultima

Domizio, Flavia, Antiochiano, Eliogabalo, Alessandro.

DOMIZIO

Mora il tiranno: cada!

Insieme

ALESSANDRO E ANTIOCHIANO

Frena amico la spada.

FLAVIA

Frena o padre la spada.

FLAVIA

Non uccider, oh dio

l'empio violator dell'onor mio:

si sospendano l'armi,

sol con le nozze sue

l'onor, che mi rapì può ritornarmi.

DOMIZIO

Dunque o figlia cadesti?

FLAVIA

Agl'insulti cedei priva di senso;

non s'offende l'onor senza consenso.

ELIOGABALO

Flavia, la tua innocenza

mi fe' palese Ireno;

se già ti strinsi al seno

come amante sdegnoso,

ora come tuo sposo

bella t'abbraccio, e di sovrana augusta.

L'imperial corona

il mio affetto ti dona.

FLAVIA

(Stelle a che mi sforzate!

Alessandro ti perdo: ah mi conviene

quella sorte accettar, cui non inclino!)

Eliogabalo cedo al mio destino.

DOMIZIO

Sire, d'un padre offeso

scusa l'infamie: a te prostrato io chiedo

perdon dell'error mio.

ELIOGABALO

Dono l'offese tue tutte all'oblio.

ANTIOCHIANO

Per sedar i furori

delle guardie adirate

ciò non basta mio re, se non dichiari

per cesare Alessandro.

ELIOGABALO

A me compagno

nell'impero sarà, come nel trono;

di cesare il bel nome oggi gli dono.

ALESSANDRO

Grazie ti rendo Augusto;

vorrei, che crescer dell'empiree stelle

il numero potesse

perch'a felicitarti

maggior coppia d'influssi il cielo avesse.

ELIOGABALO

Flora, e Tiberio i prigionieri amanti

sian da Roma proscritti,

questa la pena sia de' lor delitti.

ALESSANDRO

Pronuba a' tuoi sponsali

Giunone assista: io parto

di tue guardie a placar le furie ultrici.

ALESSANDRO, DOMIZIO E ANTIOCHIANO

Sian le nozze tue liete, e felici.

FLAVIA

Mio core a battaglia;

amore ti sfida,

ma strale, ch'uccida

Cupido non scaglia:

mio core a battaglia.

ELIOGABALO

Son vinto, e guerreggio;

ti cede quest'alma,

e tua sia la palma

s'io teco gareggio:

son vinto, e guerreggio.

ELIOGABALO E FLAVIA

Al ferir

al gioir,

occhi vivaci;

sia campo il letto, e dolci strali i baci.

Fine del libretto.

Generazione pagina: 14/01/2016
Pagina: ridotto, rid
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